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GENITORIALITA’

di Simone Boscali

C’è qualcosa di profondamente sgradevole nella fotografia qui sopra, una foto che ritrae una coppia di uomini in cui uno dei due stringe al petto un neonato, venuto al mondo con la pratica dell’utero in affitto (qui la storia della fotografia).

A creare questo disagio non è la coppia in sé e non è nemmeno l’idea della modalità di procreazione, che in un’istantanea non traspare.
Non sappiamo nemmeno, da questo singolo scatto, se il bambino sia stato sottratto alla madre immediatamente (cosa che di solito avviene con le surrogate) oppure se le sia stato lasciato inizialmente prima di essere consegnato ai compratori, ma nemmeno questo dettaglio è in effetti importante.
Quello che più stona nel quadro complessivo è il gesto dei due uomini che, presenti a petto nudo al momento del parto, prendono il bambino nella vana illusione di simulare l’ambiente corporeo materno nel quale un neonato cerca un minimo di conforto dopo il trauma fisico della nascita.
Appena nato infatti, un bambino trova riposo sul petto materno sviluppando con la madre un legame ad un tempo chimico ed emotivo, calmandosi nel percepire lo stesso battito cardiaco che ha ascoltato da vicino per nove mesi, ma soprattutto si sforza di compiere i primi movimenti alla ricerca del seno per succhiarne, sin dai primi istanti di vita, il latte.

Ora, fingendo per un attimo che l’omogenitorialità sia una cosa corretta e sforzandosi di ignorare il modo in cui quel bambino è stato procreato, dovremmo riconoscere che il ruolo dei due compratori, in quanto maschi, debba appunto essere quello di “padri”. L’uso del plurale impedisce di nascondere che già qualcosa non va, ma è un qualcosa di intrinseco nell’omogenitorialità in cui appunto la coppia è composta da persone dello stesso sesso, e si tratta a questo punto del male minore perché un uomo che volesse essere genitore non potrebbe che essere il padre, e quindi, visto il caso, abbiamo due “padri”.

Eppure i “padri”, uno dei due in particolare, si sforzano di imitare grottescamente la fisicità materna che sanno essere il primo rifugio che il piccolo cercherà appena venuto al mondo. Questo perché, al di là di tutte le dissimulazioni, di tutte le pretese egualitariste, di tutte le barzellette sui “concetti antropologici”, essi sanno benissimo di non rappresentare tutto ciò di cui il neonato ha bisogno. Tra i “padri”, almeno uno dei due è di troppo.

Come si diceva in un precedente articolo (L’inconscio collettivo tra gender e unioni civili) quando una persona è in pace con se stessa si propone agli altri per quello che è. Per rafforzare il tutto con un esempio, una tartaruga serena, che ha accettato senza problemi la propria lentezza e la propria goffaggine, non ha problemi a mostrarsi così come Natura l’ha fatta. Ma se la tartaruga si sforza di somigliare a una gazzella, allora ha qualche disagio dentro di sé che deve risolvere, altrimenti non si nasconderebbe dietro l’emulazione di ciò che non è. E allora, mi chiedo e ci chiediamo, se i due uomini credono di essere davvero dei “padri”, dei buoni “padri”, e in quanto tali credono di poter crescere bene il bambino dandogli infinito amore, perché come prima cosa imitano, ridicolizzandolo, un atto materno? E da dove viene la “ridicolizzazione” se non, al pari della tartaruga che vorrebbe essere una gazzella, dall’evidenza di fare qualcosa che viola palesemente la propria natura umana e per la quale si è inadeguati?

Rispolverando di nuovo le dimostrazioni sull’inconscio, in particolare quello collettivo, possiamo una volta di più capire l’atteggiamento di totale aggressività, negatività, prevaricazione mostrato da chi vorrebbe sostenere queste forzature antropologiche. Non sono io, non siamo noi a dire che l’omogenitorialità è sbagliata. Sono gli stessi aspiranti genitori omosessuali che lo riconoscono nel momento in cui tentano di riprodurre qualcosa che non possiedono e che pure inconsapevolmente riconoscono fondamentale per il bambino: la complementarietà dei sessi dei genitori.

Il risultato, quando si emula ciò che sfugge completamente la nostra natura personale, è un’altra cosa già citata nell’altro articolo di cui sopra, la parodia, la riproduzione comica, buffonesca, ridicola e che in quanto tale copre di ridicolo l’intera scena, l’intero contesto per il quale magari si era lottato.
E l’unico modo per nascondere a se stessi il proprio essere parodia, il proprio essere giullari, è ancora una volta, arrabbiarsi, aggredire, alzare la voce, da qui l’atteggiamento rabbioso e prevaricatore tipico dei movimenti che negli ultimi anni hanno lottato per il riconoscimento di queste pratiche e degenerazioni antropologiche.

L’INCONSCIO COLLETTIVO TRA GENDER E UNIONI CIVILI

di Simone Boscali

Per iniziare questa riflessione occorre ricordare una mia personale esperienza educativa molto importante.
Sono cresciuto in una famiglia in cui in tempi decisamente non sospetti – quando parole come “culo” e “ricchione” si potevano dire senza essere messi alla forca, per quanto brutto fosse – sono stato educato al pieno rispetto delle persone omosessuali. Cosa che può apparire strana soprattutto per i tempi cui mi riferisco, è stato soprattutto il mio amato padre a educarmi a questa forma di rispetto sottolineando sempre come queste persone non facessero nulla di male e non togliessero niente a nessuno nel vivere la propria specificità.
A livello personale credo di aver iniziato a realizzare pienamente questo rispetto, sganciandomi quindi dalla semplice emulazione paterna, quando nel 1991 è morto Freddie Mercury, il cantante dei Queen, un gruppo che mio padre apprezzava molto. Proprio in quella circostanza ho iniziato ad ascoltare con passione le loro canzoni e a diventarne appassionato a soli dieci anni. Inizialmente opponevo ancora una certa resistenza all’idea che “Freddie” fosse gay e ingenuamente sottolineavo al mio babbo che in certi spezzoni di video o documentari su di lui avevo visto l’artista baciare qualche donna: “Visto papà? Non è culo! Ha baciato una donna”. Ma la mia ingenuità di ragazzetto di dieci anni non poteva nascondere la realtà e alla fine il mio orgoglio maschile ha dovuto far spazio all’idea che il mio cantante preferito di allora (oltre che morto…) fosse gay. Può sembrare un passaggio banalissimo, ma nella mia mente adolescenziale è stato come spalancare una finestra. Se un omosessuale poteva creare delle canzoni così belle che ascoltavo senza sosta allora la saggezza proletaria di mio padre aveva ragione: gli omosessuali erano e sono persone da rispettare perché non facevano nulla di male e non toglievano niente a nessuno. Oggi aggiungerei che erano e sono persone, punto. E devono poter vivere la propria vita, intesa anche come vita di coppia con tutto quello che ne consegue a livello normativo, mentre la cara e vecchia educazione civica (che d’ora in avanti vorrei opporre all’ideologia razzista del gender) deve necessariamente tener conto di ogni personalità ed orientamento sessuale e sentimentale nell’educare i ragazzi.

Con questo sottofondo educativo sono cresciuto senza troppa sintonia con la maggior parte dei miei coetanei ma ho saputo accogliere il valore aggiunto della specificità che persone diverse – termine ormai bandito e condannato dal sistema perché vi si accosta un valore discriminatorio quando in realtà è solo una constatazione, diverso nei contenuti, uguale nella dignità – sapevano dare alla comunità. Ho quindi interiorizzato il “mito” dell’omosessuale che solidarizzava coi problemi femminili (per cui l’amico gay era la persona migliore con cui far sfogare la morosa dopo un litigio) e che si prestava generosamente a lavori ad alto valore sociale, come l’insegnamento, l’assistenza alle persone, la cura dell’arte. Un’idea forse un po’ limitante, stereotipa e “eterosessuale” dell’omosessualità, ma un’idea che comunque, nessuno lo può negare, funziona. Funziona perché, come detto poco sopra, costituisce un valore aggiunto, permette a un gruppo di persone, lo ribadisco, diverse – e ribadisco anche che “diverse” non vuol dire “inferiori” – di eccellere contribuendo allo stesso tempo alla crescita e alla prosperità della comunità.

Ma negli ultimi anni questa mia visione, questa mia simpatia verso quella parte di società è andata cambiando. E significativamente anche il mio papà, che non ha mutato di uno spillo le sue posizioni di venticinque anni fa, è disorientato (non oso dire contrariato perché non posso parlare in sua vece) dalla piega che gli eventi hanno preso.
Andando oltre tutte le considerazioni, comunque validissime, che si possono fare per smontare pezzo per pezzo le richieste dei movimenti LGBTI, c’è qualcosa di profondamente distorto nel profondo di queste pretese e, per la prima volta, oserei dire qualcosa di innaturale.
Quando gli operai hanno scioperato nel corso dei decenni lo hanno fatto per migliorare la propria situazione, per rivendicare salari, diritti, condizioni di lavoro migliori, ma non hanno mai messo in dubbio la propria specificità. Erano, e sono, operai che vogliono essere riconosciuti per quello che sono, non scioperano e non protestano per voler essere qualcosa che non sono, men che meno per essere i padroni.
Le richieste dei movimenti LGBTI sono invece profondamente e innaturalmente distanti da questa prospettiva ed è per questo che non ho per esse alcuna simpatia. Se l’operaio lotta per poter essere un operaio migliore, l’omosessuale non lotta assolutamente per essere un omosessuale migliore. Questi gruppi non chiedono maggior riconoscimento e dignità per la propria specificità, ma chiedono di poter essere quello che non sono, ossia parodie di eterosessuali, vedendosi attribuiti dei diritti giuridici (come la genitorialità) i cui doveri corrispondenti essi non possono onorare a meno di introdurre nella società artifici che non solo sono a propria volta giuridici (l’adozione del figliastro da parte del non-padre o della non-madre) ma anche scientifici ed eugenetici (ad esempio l’utero in affitto).

Non sono un grande amante della psicanalisi, una disciplina che da troppo tempo ha abbandonato la strada della ricerca scientifica per limitarsi ad essere a posteriori il puntello delle ideologie politiche, eppure faccio fatica a interpetare questo deviazionismo dei gruppi LGBTI senza considerare proprio qualche base di uno dei pochissimi psicanalisti di spessore e che, combinazione, oggi è messo al bando, Karl Gustav Jung e la sua scoperta dell’inconscio collettivo.

Quando una diversità è accettata essa viene manifestata senza problemi.
E proprio oggi che il mondo era decisamente pronto, dopo secoli di discriminazioni, ad accogliere e valorizzare la comunità omosessuale per il contributo che può dare, ecco che questa apparentemente impazzisce iniziando a volersi imporre per tutt’altro. E questo è avvenuto perché il venire allo scoperto delle persone gay non ha solo dato loro il coraggio di rivendicare dei diritti legittimi ma a molti di loro (non tutti e poi vedremo perché) anche di dire, per la prima volta e facendosi reciprocamente forza, di riconoscere nel proprio inconscio collettivo junghiano il disagio della propria condizione, una condizione evidentemente per nulla accettata in barba a ogni ostentazione e apparenza.
Quando si realizza la propria diversità ma non la si accetta l’unica reazione che una mente non serena sa produrre è l’imposizione violenta di un livellamento a tutto ciò che sta fuori da sé, ed ecco perché oggi gran parte del mondo LGBTI pretende non tanto le unioni civili, ma una loro equiparazione al matrimonio e la possibilità, attraverso artifici, di essere genitori. E’ una maschera, avrebbe detto Jung, col quale l’inconscio collettivo di queste persone nasconde il disagio e la persona stessa vuole sentirsi normale perché in realtà non è così che si percepisce. Avere la possibilità di fare quello che fanno le coppie eterosessuali, sposarsi e fare figli, è un modo potente per non sentirsi diversi nel momento in cui la diversità non è accettata mentre l’ideologia gender con la sua pretesa di abbattere la naturale dicotomia maschio-femmina è solo un triste occultamento di una realtà che non si vuole accettare perché in quella dicotomia, magari, ci si sente stretti per un proprio vissuto e non riuscendo a venirne fuori si vuole imporre questo disagio a tutti gli altri.

Ma non tutti i gay e le lesbiche si sono prestati a questa sciocchezza colossale. Ve ne sono alcuni e provenienti da diverse opinioni (da Giorgio Ponte ad Alfonso Signorini) che non hanno accettato di voler piallare la dicotomia tra i sessi e che ritengono, forse perché anche loro vengono da un padre e una madre, che un bambino come condizione non sufficiente ma necessaria a un corretto sviluppo, debba avere due genitori di sessi diversi. E sembrano essere, fin dai toni usati e dalle argomentazioni proposte, persone serene, a differenza di gran parte del mondo LGBTI, persone che hanno accettato la propria specificità (e perché non dovrebbero?) e che non sentono il bisogno di sbattere in faccia al mondo alcuna rabbia. Non occorre un esegeta per sapere cosa oggi avrebbe detto il grande Pier Paolo Pasolini.
Anche nell’età classica, quando l’omosessualità era vissuta pubblicamente o era addirittura maggioritaria presso le élite, nessuno si era mai sognato di ridicolizzare la famiglia proponendone una grottesca parodia. Alcibiade ad Atene, guida politica della più grande superpotenza dell’epoca, era amante di Socrate e il loro legame era tranquillamente espresso in simposi in cui gli invitati erano omosesseuali e bisessuali della classe dirigente, ma nemmeno tutti costoro dall’alto della propria posizione hanno mai pensato di scardinare il corretto ordine delle cose perché la loro condizione era vissuta serenamente, naturalmente. Platone, omosessuale e misogino, ha sempre riconosciuto il primato della famiglia composta da uomo e donna come prima comunità su cui deve appoggiarsi la polis.

Lo sforzo che le comunità LGBTI dovrebbero fare per riequilibrare non se stesse, ma quella società che stanno artificialmente dividendo col proprio atteggiamento distruttivo, è quello di usare il coraggio che sino ad oggi hanno mostrato non per chiedere il superfluo ma per guardarsi dentro e riconoscere che gay e lesbiche possono dare qualcosa di più alla comunità solo nel momento in cui riconoscono la propria diversità anziché esercitare una violenza che è prima di tutto su se stesse.
Gli omosessuali appiattendosi per un capriccio inconscio su ciò che non sono e che non potranno mai essere – e non sarà l’ideologia gender a nasconderlo perché sappiamo come vanno a finire le cose quando si impongono le leggi razziali – non aggiungeranno mai nulla ma si limiteranno a togliere: agli altri come a se stessi.

IL “DOPPIO STANDAR”, NATURA DELL’UNIPOLARISMO

di Simone Boscali

Quando si parla di doppio standard si indica quel modo disonesto di giudicare due fatti analoghi per cui lo stesso gesto, compiuto da due soggetti, viene considerato in modo diverso a seconda della simpatia o vicinanza che nutriamo o non nutriamo per loro.
A livello di politica internazionale l’Occidente costituisce il più spudorato applicatore del doppio standard nel giudicare gli accadimenti globali e nel prendere le misure conseguenti, per cui, banalmente, mentre le guerre altrui sono sempre “aggressioni” le proprie sono “operazioni umanitarie” e via discorrendo.
Ma due esempi di questi ultimi giorni possono darci un’idea esaustiva dei livelli ormai grotteschi di arroganza e schizofrenia (non c’è altro termine per definire queste ambiguità) da parte dell’Occidente e ci fanno capire una volta di più perché questi episodi siano ad esso strutturali.
Il 24 novembre scorso un cacciabombardiere russo impegnato nella lotta al terrorismo in Siria è stato abbattuto da un jet turco quasi certamente senza aver violato lo spazio aereo di Ankara o, nella peggiore delle ipotesi, violandolo solo per pochi secondi e senza costituire una minaccia. Contro ogni legalità e persino contro le stesse procedure dell’alleanza di cui fa parte (la Nato) la Turchia ha abbattuto l’aereo provocando indirettamente la morte di uno dei due piloti e in seguito di uno sei militari mandati in soccorso.
A fronte di questo episodio la diplomazia americana ha sottolineato il diritto della Turchia di difendersi, dissimulando il fatto che non c’era nulla da cui difendersi, che l’alleanza egemonizzata da Washington prevedere regole di ingaggio molto diverse e che lo sconfinamento del velivolo russo resta tutto da dimostrare. L’Europa olografica invece ha solo aggiunto un assordante silenzio, non avendo l’autorità per esprimersi in nessun modo sulla questione, limitandosi a ribadire una supposta negatività dell’intervento russo in Siria.
A inizio dicembre invece oltre un centinaio di soldati turchi con svariati mezzi e carri armati sono entrati in territorio irakeno, nella regione autonoma del Kurdistan. In questo caso lo sconfinamento non solo non è dissimulato, ma è dichiarato e rivendicato da Ankara col pretesto di addestrare milizie curde contro l’Isis. Vi sarebbe molto da riflettere sul fatto che proprio dei curdi, storici nemici della Turchia, beneficerebbero di sostegno militare soprattutto dopo che la Turchia stessa non si è fatta problemi a lasciare i curdi siriani di Kobane da soli alle prese con i takfiri. Ma il punto più evidente è che un paese non autorizzato ha violato, in modo unilaterale, la sovranità territoriale di un altro stato, l’Iraq. Tutto ciò che Ankara ha potuto portare a difesa della propria azione, oltre al già citato addestramento per i curdi, è il consenso del governo della regione autonoma in cui i propri militari sono penetrati. Un po’ come se forze armate austriache entrassero a Bolzano dicendo di avere il consenso della regione a statuto speciale Trentino – Alto Adige. Il debole Iraq sta protestando a livello internazionale ma nemmeno le decantate Nazioni Unite sembrano capaci di accogliere queste rimostranze mentre gli USA non dimostrano nel criticare la Turchia la stessa solerzia vista quando c’è stata da difenderla ingiustamente. L’Europa, ancora un volta, è olografica, mentre ogni nostalgia su come l’Iraq dei tempi andati avrebbe reagito a un’invasione turca non fa che aumentare i nostri rancori.
Sarebbe interessantissimo approfondire il perché di questi doppiopesismi nei due casi specifici, che in realtà costituiscono un caso unico, ma è sul metodo che si vuole qui ragionare più che sul merito.
Il doppiopesismo, il doppio standard appunto, applicato dagli occidentali in queste due vicende così strettamente connesse l’una all’altra oltre che grottesco ha qualcosa di esasperante. Un’esasperazione che, in un osservatore di Coscienza, nasce dall’impossibilità a comprendere come questo modo di affrontare la realtà possa passare inosservato ai più. Ma anche dalla consapevolezza che il doppio standard è tipico di un male che oggi attanaglia il mondo: l’unipolarismo, la soggezione della quasi totalità del pianeta a un’unica superpotenza che agisce perseguendo il male.
In questo contesto la superpotenza dominante sa di non avere avversari che nell’immediato possano metterne in discussione il ruolo e sa anche di avere un dominio incomparabile sulla comunicazione mediatica. Pertanto essa ha il potere di plasmare la realtà imponendo i propri punti di vista e le proprie versioni senza preoccuparsi della loro effettiva lontananza dalla realtà. Un’ingiustizia è tale solo se a commetterla è un antagonista, ma se è un alleato o la superpotenza stessa allora è un atto giustificato.
Un mondo multipolare oppone invece a una maggioranza egemonizzata da un solo gendarme, una varietà di blocchi di nazioni e alleanze molto più livellati al proprio interno e senza quell’oppressione che è tipica dei dominanti sui dominati nell’unipolarismo. E l’allargarsi del numero di attori protagonisti porta, in un modo che potremmo dire inversamente proporzionale, a uniformare i criteri di giudizio proprio perché la credibilità dei soggetti dovrà essere oggettiva e non sarà più legata alla propria capacità di manipolazione.
Unipolarismo vuol dire dunque, strutturalmente, doppio standard.
In altre parole, menzogna che si fa sistema affinché il sistema riproduca se stesso.

 

LO SCENARIO STRATEGICO DELLA REGIONE TURCO-SIRIANA ALLA LUCE DELL’ABBATTIMENTO DEL SU-24 RUSSO

di Alberto Nicoletta

L’ abbattimento del velivolo militare russo, il 24 novembre 2015, da parte dell’ aviazione militare turca ha creato uno squarcio tra le due nazioni, in quelli che erano rapporti già vacillanti, soprattutto dopo l’annullamento del progetto di un nuovo gasdotto denominato Turkish-Stream.

Il Sukhoi russo al momento dell’abbattimento stava bombardando una serie di camion-cisterna diretti in Turchia, il colonnello Aleksandr Zhilin dice che tale traffico sarebbe gestito dallo SIIL su ordine della C.I.A., ed è proprio grazie a tale commercio di petrolio verso la Turchia e verso gli U.S.A. che l’ ISIS si finanzia, senza creare nuovi pozzi, ma prosciugando quelli già esistenti.

L’ intervento militare russo vicino ai confini turchi nella regione di Latakia è pertanto rivolto a bloccare tale commercio clandestino che rappresenterebbe una manna per l’ élite politica turca; ed è anche rivolto a bloccare l’ appoggio logistico che la Turchia volge all’ ISIS.

Boris Dolgov professore del Centro Studi Arabi dell’Istituto di Studi Orientali afferma alla testata “RIA Novosti”: “La Turchia ottiene dividendi dal business sporco di sangue, che coinvolge i fondamentalisti che si impadroniscono del petrolio e dei reperti storici che poi rivendono attraverso la Turchia” .

Tutto ciò ci fa pensare che l’ abbattimento del Su-24M sia stato premeditato, in effetti la Turchia aveva rivolto a Mosca una protesta per gli attacchi aerei russi sulle terre tradizionali della comunità turkmena; questo perché la Turchia vuole liberare il tratto a nord della Siria (storica regione di interesse turco) da presenze a Lei scomode. Un’area che andrebbe da Jarabulus ad Afrin e Dana (ed oltre) finalizzata ad avere un canale sicuro per l’ appoggio all’ISIS al fine di far crollare il Governo di Damasco; ciò è l’ esatto opposto della strategia russa volta a sostenere  Bashar al-Assad e riportare i confini siriani a prima della guerra, creando una situazione di stabilità tale da permetterle la presenza nell’unica roccaforte di cui dispone nel Vicino Oriente.

Per finalizzare tale strategia, Putin ha fatto dispiegare l’incrociatore lanciamissili Moskva (nome NATO carrier-killer) in difesa della città costiera di Latakia (a ridosso del porto Tartus); con i sui 64 vettori terra-aria S-300 PMU-1/2 di ultima generazione in grado di abbattere sia caccia che missili con un raggio d’azione di 400 Km e i suoi SS-N-12 Sandbox, la nave più potente mai realizzata dai russi è in grado di creare una barriera difensiva verso tutta l’area a sud della Turchia dove si ergono le basi americane.

A supportare la Moskva i russi hanno dispiegato i sistemi di difesa anti-missile S-300 e S-400 nella base di Hmeymim, cosa che ha suscitato le preoccupazioni dell’ambasciata statunitense, del resto il loro raggio d’azione copre tutta la Siria; se ne deduce che le forze NATO dovranno chiedere autorizzazione alla Russia per il sorvolo dei cieli siriani .

L’abbattimento del velivolo militare russo, è diventato quindi il valido pretesto di Putin per poter controllare tale spazio aereo, in oltre lo Stato Maggiore ha disposto che tutti gli aerei d’attacco saranno scortati da caccia da combattimento, si parla dei nuovi SU-34 (la Russia ne avrebbe 8 nuovi) e dei SU-27, abili anche nei bombardamenti di precisione. Ad oggi la Russia sta effettuando dalle 49 alle 96 missioni aeree al giorno, ed aerei come il Tu-95 e il più recente Tu-160 sono in grado, vista l’ ampia autonomia e capacità di carico, di effettuare operazioni sulla Siria partendo dalle basi in Russia; in questo modo sarebbe risolto il problema della mancanza di spazio nella base aerea di Latkia. Si tratta di uno schieramento di forze aeree di una potenza mai vista fino ad ora.

L’espansione dell’ISIS è una minaccia anche per la Giordania, e difatti il giorno dell’abbattimento del SU-24 il re Giordano Abdullah (monarca hashemita) si è incontrato a Sochi con Vladimir Putin, il premier russo ha sottolineato che il SU-24 attaccava terroristi che potrebbero infiltrarsi in Russia. La Giordania, nonostante abbia retto alla primavera araba, avrebbe seri problemi interni dettati da una forte apologia tra la popolazione verso lo Stato Islamico. L’uccisione del pilota giordano da parte dell’ISIS ha suscitato la rappresaglia dello stato Giordano (prima limitato a fornire supporto logistico alle truppe U.S.A.) che è arrivato a distruggere il 20% delle capacità belliche dei terroristi.

In merito a scontri nei cieli siriani (dog-fight), emblematico è stato il caso recente dei 6 caccia multiruolo russi SU-30SM che il 2 ottobre hanno messo in fuga 4 caccia israeliani F-15 al largo delle coste siriane, area spesso attraversata dai velivoli con la stella di David, gli israeliani hanno invertito la rotta entrando in Libano, dove le Forze Armate Libanesi li hanno identificati come “velivoli nemici”. Fonti libanesi dichiarano che i 4 F-15 stavano spiando le basi russe di Tartous e Latakia per scoprire se fossero fondate le teorie in merito al trasferimento di armi da parte dei russi nei confronti delle milizie di Hezbollah. L’incidente ha irritato gli israeliani, Mosca ha controbattuto chiedendo spiegazioni in merito alla presenza dei loro McDonnell Douglas sullo spazio aereo Siriano. Dopo l’accaduto c’è stato un incontro tra Benjamin Netanyahu e Vladimir Putin, forse su come gestire i movimenti nei cieli siriani. Sicuramente l’episodio dimostra come tale spazio aereo sia controllato dai russi ponendo la parola fine alle incursioni aeree israeliane in Siria. Duro colpo per Israele che supporta da tempo l’ISIS, dando copertura militare tramite la sua aereonautica e tramite i suoi elicotteri (ed ospedali) per i terroristi feriti.

Ricordiamo anche lo scandalo del Colonnello Yusi Oulen Shahak, della brigata Golani, catturato in Irak mentre era al comando di un plotone dei takfiri dell’ ISIS.

Gli interessi della NATO manovrano lo stato turco, il quale stando sotto il cappello dell’Occidente vorrebbe ambire ai propri interessi. La Turchia, governata oramai da una sorta di élite militare più o meno invisibile, ha nelle sue ambizioni la “ricostituzione dell’Impero Ottomano” e in questo l’ enorme area centroasiatica popolata da cittadinanze turcofone, fino ad arrivare alla Mongolia, rappresenta una realtà interessante, se non certo per fini di conquista territoriale, quanto meno per gettare una egemonia a carattere economico, la Siria e la Russia (supportate dall’Iran) sono senz’altro un ostacolo a tale espansione; proprio come i curdi che pur combattendo il Califfato sono vittime degli attacchi turchi.

Mosca di conseguenza sta varando misure restrittive nei confronti di Ankara, dalle raccomandazioni ai cittadini russi di evitare lo stato turco per i pericoli legati al terrorismo, al fermo di 50 imprenditori turchi avvenuto a Krasnodar con l’accusa di avere mentito sulle ragioni della loro presenza in Russia.

Bilal Erdogan, figlio di Recep Tayyip Erdogan, è proprietario della compagnia di trasporti marittimi Bmz Ltd che trasporterebbe dai porti di Ceyhan (Turchia) e Beirut (Libano) nei Paesi Orientali soprattutto in Giappone il petrolio prelevato dall’ISIS in Irak e Siria (come confermato da Rossiyskaya Gazeta). Nel Governo turco sono in molti a trarre beneficio da questo traffico illegale di milioni di dollari, ed è per questo che la Turchia non lo blocca, anzi lo difende come avvenuto durante l’ abbattimento del SU-24M russo, impegnato in quei massicci bombardamenti aereo-navali che avrebbero distrutto 520 camion-cisterna.

Recep Erdogan chiaramente protegge il figlio definendo, “lecito” tale contrabbando, che coinvolgerebbe anche altri familiari e addirittura riceverebbe fondi pubblici e finanziamenti da banche turche, come sostenuto da Gürsel Tekin esponente del partito turco di opposizione CHP.

In oltre Summeyye Erdogan figlia di Recep gestisce un proprio ospedale da campo, sul confine turco-siriano, atto a prestare cure mediche ai jihadisti feriti in Siria.

Un rapporto dell’ intelligence inglese dimostrava rapporti tra ufficiali turchi e ISIS, del resto la Turchia ha sempre permesso il rifornimento di armi ai terroristi in Siria. I servizi segreti turchi (MIT) all’ inizio del 2014 avrebbero perfino bloccato uno di questi carichi, ma il Governo Turco gli avrebbe dato l’ ordine di lasciarli proseguire, tale appoggio è stato confermato anche da un portavoce dell’Ypg (truppe curdo-siriane).

La Turchia riceve dall’Unione Europea grosse quantità di danaro per affrontare l’incessante problema dei profughi siriani, ma i negoziati di adesione alla UE dal 2005 ad oggi hanno permesso alla Turchia di ricevere qualcosa come 9 miliardi di euro. A questo punto si potrebbe sostenere che l’Europa indirettamente finanzi l’ISIS, possibile che nessuno voglia porre un controllo al movimento di questi capitali? La Turchia in cambio non da niente, anzi ha aumentato i dazi doganali, ha imposto blocchi alle merci europee violando gli accordi doganali, e per di più è aumentato il flusso migratorio in maniera sospetta.

L’atteggiamento turco di lotta a fianco della coalizione antiterrorismo a guida USA e in parallelo di cooperazione con il Daesh, (come sostenuto dall’analista russo Vladimir Evseyev) è del tutto subdolo. Il politologo siriano Ali Salem al-Assad è certo che i terroristi in caso di difficoltà riparino in Turchia con l’appoggio delle guardie di frontiera, ed ecco uno dei motivi per il quale gli aerei russi continuano a sorvolare il Nord della Siria, come per il SU-24M abbattuto.

Il Maggior Generale Qasim Sulaymani comandate della Forza al-Quds dell’ IRGC (Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica) descrive il SIIL come un’ operazione dei Stati Uniti per fare pressione sulla comunità musulmana. Versione sostenuta anche da Edward Snowden secondo il quale C.I.A., MI6 e Mossad avrebbero collaborato per la creazione dello Stato Islamico in Irak e nel Levante, soluzione atta a difendere Israele (operazione “nido di calabroni”). Questo “nemico” che hanno creato è ora costituito da circa 60 organizzazioni differenti diramate in oltre 50 paesi; interessante notare come Israele situata al centro dei paesi coinvolti è l’ unico stato non colpito da attacchi da parte dell’ISIS (taglieresti la gola a chi ti finanzia?).

Dopo l’abbattimento del Sukhoi russo Il Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg ha dichiarato pieno supporto ad Ankara, si paventa quindi il rischio del coinvolgimento di tutta la forza NATO, non a caso la Turchia ha cercato di bloccare gli avvicinamenti di Francia e Germania verso la Russia.

Senza dubbio questo atto bellico contro la forza aerea russa ha dato uno scossone importante, laddove sempre più analisti temono un ampliamento del conflitto, anche sotto il profilo terroristico, da alcuni già paragonato a una Terza Guerra Mondiale.

 

ANALISI DELL’ABBATTIMENTO DEL SUKHOI RUSSO NEI CIELI SIRIANI

di Alberto Nicoletta

Il 24 novembre 2015 si è scritta una dolorosa pagina degli accadimenti della politica estera internazionale nell’ ambito dei conflitti che attanagliano il Medio e Vicino Oriente, stiamo parlando dell’ abbattimento di un aereo militare russo da parte delle forze armate turche in una regione montuosa del Nord della Siria. Ma entriamo nei dettagli cercando di capire cosa è accaduto.
Innanzi tutto partiamo con i fatti, il 24 novembre alle ore 10:24 di Mosca, un Su-24M russo viene abbattuto, da due caccia F-16 turchi di pattuglia sul confine turco con un missile aria-aria a guida ad infrarossi. I due pilotti riescono ad eiettarsi dall’ abitacolo e vengono presi di mira da raffiche di AK-47 tirate dai guerriglieri, il pilota Ten Col. Oleg Anatolevich Pehskov viene ucciso dal commando di Elazig Alparslan Çelik, membro dei Lupi Grigi turchi. A quel punto i Russi inviano due elicotteri Mi-8AMTSh per il recupero dei piloti ma vengono attaccati dai terroristi dell’ ELS con missili anticarro T.O.W. (di provenienza Statunitense). Nell’ attacco muore un fante di Marina e un elicottero viene danneggiato trovandosi costretto ad un atterraggio di fortuna in una zona neutrale.
L’ invio delle forze speciali specnaz del G.R.U. (Servizio Informazioni delle F.A. Russe) permetterà il salvataggio del pilota superstite che verrà portato sano e salvo nella base aerea di al-Humaymim. Secondo altre fonti invece il salvataggio sarebbe opera di un commando formato da uomini delle forze speciali dell’ esercito regolare siriano e delle forze speciali di Hezbollah, supportate dalle forze armate russe che avrebbero schermato la zona dai sistemi di comunicazione e individuazione (del segnale GPS del pilota disperso) utilizzati dai nemici.
Stando alle dichiarazioni di Ankara, il bombardiere russo sarebbe entrato nel suo spazio aereo nella provincia sud-orientale di Hatay, nella zona di Yayladag, i piloti sarebbero stati avvisati 10 volte nel giro di 5 minuti. I tracciati radar pubblicati dai turchi indicano che l’ aereo sarebbe entrato per ben due volte in territorio turco per circa 3 Km, ma considerando che l’ aereo volava a meno di 1000km/h (600mph) l’ incursione sarebbe durata meno dei 17 secondi dichiarati dall’ aereonautica turca. Sembra impossibile per tanto che abbiano inviato 10 messaggi di avvertimento, ogni 30 secondi, come dichiarato; anche il Pentagono, da una valutazione delle registrazioni audio, sostiene che i russi siano stati correttamente informati dello sconfinamento.
Secondo l’ esperto Luigi Di Stefano (perito nel processo di Ustica e nel caso dei due Marò in India) dai tracciati radar reperibili in rete, il Su-24M avrebbe attraversato un lingua di terreno turca, in direzione ovest non quindi verso l’ interno della Turchia, per 2,7 Km in 12 secondi. Mette così in dubbio la versione turca poggiante su 10 avvisi, troppi per così poco tempo. Da un calcolo delle velocità dell’ aereo russo e dei missili AIM9L Sidewinder armati sugli F-16 turchi, ipotizza che il velivolo sia stato abbattuto su territorio siriano, confermando le dichiarazioni di Putin. In effetti Il Sukhoi è precipitato 4 Km all’ interno dei confini siriani nella regione di Latakia.
Anche Di Stefano, come il Ten. Gen. russo Rudskoj e il Gen. Leonardo Tricarico (consigliere militare di Palazzo Chigi e Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare) convengono sul fatto che nel qual caso ci fosse stato davvero uno sconfinamento, le regole di ingaggio internazionali non prevedono una reazione di quel tipo. In effetti il regolamento della NATO, in caso di intrusione aerea prevede di stabilire un contatto col velivolo, stabilire se ha intenzioni minacciose, in caso contrario farlo scortare da due caccia intercettori nella zona di atterraggio più vicina. L’ abbattimento è consentito solo in casi di effettiva minaccia , se così non fosse gli attacchi avverrebbero tutte le volte che un aereo sbaglia rotta. In effetti lo sconfinamento su territorio turco avvenuto lo scorso ottobre da parte di un aereo russo non aveva prodotto “incidenti” di tale portata, Mosca ha sostenuto che la manovra era stata resa necessaria a causa di “alcuni tipi di difesa aerea a terra”; sempre a ottobre alcuni caccia turchi avevano abbattuto un drone russo sul loro confine, ma La Russia ha negato che gli appartenesse.
Si tratta quindi di un’ area calda, ma non da giustificare tale reazione che sembrerebbe, vista la rapidità di esecuzione, studiata a tavolino; i russi per altro sostengono che il loro aereo sarebbe stato abbattuto da un sistema d’ arma posto a terra.
Putin ha parlato di una pugnalata alla schiena da parte della Turchia, atta a deteriorare i rapporti con la Russia, sostenendo inoltre come confermato dalla difesa aerea siriana che non vi sia stato alcun sconfinamento. Lo stesso pilota dell’ aereo abbattuto ha dichiarato che i confini erano ben visibili e che conoscono bene quell’ area, ha sottolineato che non è pervenuto avvertimento di alcun tipo da parte turca.
In conseguenza lo Stato Maggiore Russo ha dichiarato di avere interrotto tutti i contatti militari con la Turchia.
Scendiamo ora in considerazioni più tecniche per capire di che tipo di velivolo stiamo parlando.
Il SU-24M (codice NATO “Fencer”) è un bombardiere tattico, da attacco e interdizione, in servizio dal 1974. Si tratta di un aereo dall’ alta valenza, dotato di un radar per seguire il profilo del terreno (TFR) , di un sistema di navigazione in grado di riportare il velivolo al punto di partenza con un errore di poche decine di metri e di un radar di ricerca Orion. Il SU-24 è caratteristico per la capacità di volare per lunghe rotte a basse quote, al fine di infliggere bombardamenti di alta precisione sul terreno, la sua velocità massima pertanto è limitata a 1,3 Ma (1610Km/h in quota); tale velivolo sta venendo gradualmente rimpiazzato dal recente caccia multiruolo SU-35 .
Alla luce di questa descrizione è chiaro che il Su-24, non può essere paragonato a certi modelli di caccia veloci e agili, utili a rapide incursioni in territorio nemico con fini provocatori (nel conflitto in Siria si è parlato del dispiegamento da parte russa di velivoli di ultima generazione capaci di raggiungere la velocità di mac 5 ovvero 5000km/h). Si tratta inoltre di un velivolo equipaggiato con validi sistemi di navigazione automatica a bassa quota, tali da scongiurare il più possibile errori. Possiamo quindi credere che i russi si siano davvero sbagliati ? O che stiano mentendo ? Diciamo che la versione di Ankara non regge! E ha tutta l’ aria di essere la classica provocazione piuttosto che un vero e proprio atto di guerra nei confronti della potenza russa con la quale la Turchia soffre delle rivalità nelle regioni a Lei limitrofe; questo nonostante ufficialmente la Turchia stia combattendo l’ ISIS pertanto dovrebbe supportare l’ operato della Russia”. Per capire le posizione turche è importante capire che genere di missione stava svolgendo il Sukhoi, e quelle che sono le attuali dinamiche al confine con la Siria. (a tal fine rimandiamo al prossimo articolo sull’ argomento)