Economia

Economia

ECONOMIA

di Simone Boscali

Intendendo con il termine “economia” quella disciplina che regola l’insieme del rapporti produttivi e commerciali – studiandone le dinamiche e proponendo percorsi di prosperità – possiamo dire con estrema certezza che l’economia non è una scienza. Essa non è infatti altro che il frutto di convenzioni umane in cui concetti creati a tavolino da economisti divengono apparentemente concreti solo perché si decide di dar loro applicazione. Fattori come “interesse” e “debito”, sui quali sono poi ricamati ulteriori concetti più specialistici come “spread”, “subprime” e “derivati”, non hanno alcun riscontro nella realtà, diversamente da quanto avverrebbe per l’oggetto di una scienza vera e propria, ma esistono solo nel momento in cui se ne accetta l’applicazione. L’esempio più drammatico di questo scollamento fra economia e realtà è il mito della “crescita esponenziale”, una crescita infinita della produzione economica effettivamente proposto e ritenuto fattibile dalla quasi totalità degli economisti di Sistema ma del tutto impossibile in Natura, laddove le risorse finite escludono scientificamente una crescita infinita. Per questo motivo riteniamo che l’economia sia un prodotto umano e in quanto tale assolutamente rivoluzionabile con un semplice atto di volontà.

Questa volontà si condensa nel ripristino irreversibile del primato della Politica sull’economia. Ed ecco perché, innanzitutto, riteniamo diritto di ognuno discorrere di economia con totale legittimità e assolutamente alla pari – per non dire con superiorità – rispetto ad un economista “professionista”. Oggi l’economia di Sistema, che si presenta come scienza oggettiva, archiviata la fase del mero sfruttamento capitalista in chiave esclusivamente produttiva, ha elaborato meccanismi strutturalmente pensati per allontanarsi sempre più dal lavoro reale al fine di gettare ogni risorsa nel calderone dell’ingegneria finanziaria fine a se stessa. Questo gioco non è altro che l’ordito del Nuovo Ordine Mondiale per sottrarre ricchezze agli Stati ed ai Popoli mantenendo altresì viva, come eterna chimera capace di trainare il mondo fuori da una crisi che è invece artefatta, la bufala della “crescita” e dello “sviluppo” come rimedi a ogni male. A fronte di queste trame noi proponiamo un’economia che faccia tabula rasa dei precetti di questo Sistema per elaborarne una del tutto alternativa e originale.

Per uscire da una crisi volutamente indotta dalle oligarchie e smantellare alla radice le loro armi economiche (il capitalismo) occorre pensare a un modello di produzione più sobrio, a misura delle reali necessità umane e in particolar modo della comunità in cui questo nuovo modello va a mettere radici. Parliamo quindi dell’economia cosiddetta di Decrescita e di una parziale, graduale e sensata deindustrializzazione a favore di un recupero della terra come fonte di lavoro e nutrimento per tutti e di piccole industrie che, lungi dal mirare a inserirsi in un commercio mondiale deleterio, calibrino la propria produzione su necessità quanto più possibile locali (economia autocentrata). E ancora riteniamo superato e fonte di sfruttamento e degenerazione politica l’attuale sistema della proprietà privata dei mezzi economici che a nostro avviso dovranno invece essere condivisi fra chi vi lavora intendendo questo nuovo tipo di lavoratore non più come una mera unità produttiva, come lo vorrebbe l’attuale sistema capitalista, ma come espressione sociale della comunità in cui vive e per la quale va a soddisfare direttamente una particolare esigenza produttiva reale. Presupposto necessario a questa rivoluzione economica è la riappropriazione al popolo dell’emissione di moneta sovrana e libera da debiti pubblici, argomento cui è dedicata un’altra sezione.

A chi ci rivolgiamo a cura di Paolo Bogni

Tra le dieci Voci che compongono l’Area Tematiche del Sito di Caposaldo Associazioni Unite, abbiamo deciso di scegliere la Voce ECONOMIA come quella in cui specificare i Gruppi umani e sociali a cui rivolgerci per proporre la nostra visione del Mondo, la nostra analisi della Realtà e il Senso del nostro Percorso politico attraverso le nostre Proposte. Non siamo per nulla economicisti ma ci rendiamo conto che il mondo in cui agiamo è ancora formato e informato dalle logiche dell’economia oggi imperante, vale a dire il Sistema economico e sociale denominato capitalismo. Sono queste logiche che determinano la separazione, la selezione, la formazione e la definizione dei diversi Gruppi umani e sociali che costituiscono il panorama dell’occidente odierno e, in particolare, dell’Italia in cui noi viviamo. E’ interessante notare che il Sistema capitalista non solo divide rigidamente in diversi Gruppi umani la società, ma li struttura nel contempo allontanandoli dalla Comunità attraverso pedagogie individualistiche e mettendo in perenne conflitto i Gruppi umani tra loro, anche quei sei Gruppi umani (facenti parte del popolo dominato) a cui dedicheremo di seguito uno spazio ciascuno. La nostra prospettiva è quella di giungere alla rifondazione di Vere Comunità, politicamente sovrane, federate nazionalmente e interagenti a livello continentale prima e mondiale poi, rispettose al massimo grado sia della Natura Umana (razionalità dialogica e socialità) che della Natura ambientale. Il ripristino del Bisogno sobrio ed essenziale sarà il fondamento di una nuova Economia autocentrata e comunitaria, articolantesi attraverso l’organizzazione e la collaborazione di Cooperative sociali d’impresa in cui agirà, pur nelle diversità e nelle distinzioni dei ruoli, il Lavoratore Collettivo Cooperativo Associato. La Cooperazione sociale produrrà non beni mercantili ma beni comunitari e valorizzerà (nella diversità di ognuno) i talenti e le vocazioni di chi lavorerà e studierà. La Condivisione sociale dei Mezzi di produzione e la Sovranità Monetaria saranno la Base strutturale della nuova economia e della rinata Comunità. Saranno dunque abolite – perché questa è la nostra decisa volontà politica – la proprietà privata dei mezzi di produzione e la proprietà privata dell’emissione monetaria. La nostra Proposta in linea di principio è rivolta all’umanità intera – come non pensare ai molti popoli e alle molte classi sociali che, nel pianeta, sono al limite della morte per fame – e all’intero pianeta. La disalienazione da capitalismo, infatti, o è globale o è nulla. Il punto di ripartenza dell’azione politica, però, deve essere locale, e solo ad un secondo livello l’interazione tra molte realtà locali anticapitaliste darà luogo alla definitiva risposta globale al Problema. La circoscrizione del Problema ci porta dunque ad individuare una serie di Gruppi umani e sociali che possono (devono) accogliere la nostra proposta di lotta politica che, in ultima analisi, è una lotta per la vera libertà delle persone e dei popoli del nostro pianeta. A scanso di equivoci noi non riteniamo che l’interclassismo generico sia una via percorribile per la rivoluzione. Ci rivolgiamo ai diversi Gruppi umani e sociali (tra loro anche in conflitto) confidando che, a partire dalle proprie sofferenze e dai propri disagi specifici, sappiano risalire a un sentire comune nell’interpretare l’epoca che dà luogo al Non senso e ricercare – lo sforzo consiste in questo – una comune via d’uscita al Nulla che ci annienta. E’ pur vero che la teoria politica deve incontrare nella Storia una domanda sociale che ricerchi visibilità al malessere, alla rabbia, alla rassegnazione, a volte l’indignazione provocati da una quotidianità che quella teoria politica deve sapere analizzare e contrastare nelle proposte per la fuoriuscita da essa. L’Alienazione globale che il capitalismo ha procurato rispetto all’umanità complessivamente intesa incide, e incide molto – sulla presa di coscienza di ogni singolo Gruppo umano e sociale rispetto alla propria funzione all’interno del Sistema stesso. Così come la forza del demonio consiste nel far credere che esso non esiste, la forza del capitalismo è di far credere – attraverso l’opera infame delle proprie sovrastrutture – che esso non rappresenti la totalità, non esista, al punto di rendere quasi impossibile il solo nominarlo (i mercati, il liberismo, l’economia, gli scambi, le merci, la valuta, il debito, il credito,.. ma la parola capitalismo compare quasi mai..). L’intercettazione delle due traiettorie, la teoria politica rivoluzionaria e la domanda sociale di fuoriuscita dalla quotidianità nichilista (occidente capitalista), rappresenta la nostra sfida che vogliamo assolutamente vincere. I Gruppi umani e sociali a cui noi ci rivolgiamo sono i seguenti:

  1. Studenti

Il primo drammatico problema che gli Studenti vivono riguarda il contesto stesso nel quale compiono la loro attività, vale a dire la scuola occidentale e i suoi programmi didattici tesi allo sviluppo di un’intelligenza tecnica, settoriale e sganciata dalla Totalità. Il sapere di Sistema è funzionale esclusivamente a delineare un’abilità specifica, idea in sé non sbagliata ma insufficiente per la crescita interiore e integrale se non completata da una formazione globale della persona. Il punto critico è che la didattica fondamentalmente è indirizzata ad un isolamento del soggetto umano dalla complessità del Reale. La Totalità, in poche parole, non è oggetto di studio e non è indicata come il culmine di ogni apprendimento. In tal modo, l’individuo diplomato e laureato è predisposto a vivere se stesso come un atomo autosufficiente indipendente dalla Totalità per eccellenza, cioè la Totalità sociale. Lo Studente è addestrato sin dall’infanzia a divenire un Individuo tecnicamente in grado di assolvere a compiti che lo rendano il più possibile un docile ingranaggio all’interno di una macromacchina tecnoscientifica che funziona al solo scopo di replicare all’infinito rapporti sociali di produzione capitalistica. All’interno di questo scenario, l’unico “spirito critico” possibile di cui si può dotare lo Studente è quello di contestare questo o quell’altro aspetto della società ma mai la società in quanto tale, incanalando queste obiezioni rivolte a parzialità entro canoni riformistici in cui vive e vegeta la rappresentazione della “vita” liberaldemocratica occidentale. I percorsi di studio sono dunque rivolti alla formazione dell’uomo-macchina e non già (malgrado tutte le dissimulazioni) alla persona nella sua integralità.

Perciò, una delle riforme radicali che proponiamo sin da ora agli Studenti è quella di ricreare una Scuola che non sia Istruzione, ma che sia Educazione. Oltre al danno creato nell’intendere lo Studente come prototipo dell’Individuo, il Sistema occidente riesce nell’impresa di non collegare l’intero parco macchine create scolasticamente all’interno dell’alienante sistema di produzione. Soltanto una bassa percentuale di diplomati e di laureati riesce a trovare un’occupazione da subito e, se la trova, in ruoli sottodimensionati e con contratti semialeatori. Per la gran parte di neolaureati e diplomati la disoccupazione è già realtà viva. De facto, a meno che si vogliano raccontare favole, in questo stato di cose – occidente capitalista, in particolare l’Italia – allo Studente è soprattutto pregiudicata una dimensione vitale per l’espressione del proprio Essere, per la ricerca di Senso di esso: il Futuro. Lo Studente da subito deve cogliersi come lavoratore rinchiuso in un presente astorico, esistenzialmente immerso nella precarietà, nella flessibilità e, soprattutto, nella strutturale e sistematica insicurezza. Lo specchietto delle allodole rappresentato dal “successo” (buona retribuzione, ruolo di prestigio,..) che pochi neodiplomati e neolaureati hanno – in bassissima percentuale – nel mondo del lavoro (in particolare quelli che lo raggiungono all’estero), viene usato dal Sistema capitalista per tre motivi propagandistici così riassumibili: a) La Scuola occidentale promuove uomini e donne di successo. b) La condizione di Nomadismo Globale (corollario dell’antropologicamente corretto in salsa capitalista “cittadino dell’universo”) è il presupposto principale per raggiungere questo successo. c) Il Successo è da raggiungere attraverso la competizione; il demansionamento e la disoccupazione sono riservati ai perdenti o a coloro i quali non comprendono le regole del gioco. Si noti come i tre punti propagandistici contengano drammaticamente elementi che riconducono ad aspetti anticomunitari, antisociali e filo – molto filo – individualistici.

  1. Liberi Professionisti

Questi particolari Lavoratori (ingegneri, geometri, avvocati, architetti, consulenti, agronomi, periti, commercialisti, traduttori,..) sino alla penultima stagione del capitalismo erano parte fondamentale ed imprescindibile del sistema produttivo capitalistico. L’ottimo reddito conseguito e il prestigio sociale riconosciuto facevano del Libero Professionista – quantunque esso non fosse un capitalista, ma un dipendente indiretto del capitale – una figura invidiata nel panorama sociale. Per ultima stagione del capitalismo globale intendiamo quella fase in cui il capitalismo è diventato per lo più a) capitalismo finanziario e b) accumulazione del capitale all’interno anche di processi produttivi sempre più informatizzati che richiedono sempre meno qualità e quantità espressa da elementi umani al loro (dei processi produttivi) interno. Quest’ultima fase del capitalismo globale ha inizio grosso modo negli anni ’80 del secolo scorso ed è tutt’ora in atto. Sono due fondamentalmente le criticità a cui devono rispondere i Liberi Professionisti rispetto a questa trasformazione epocale. La prima riguarda la minore domanda delle loro prestazioni generali che è causa (indagine elaborata da KRLS Network of Business Ethics, Giugno 2013) – nel primo semestre del 2012 – del calo del fatturato del 43% e della chiusura del 22% degli Studi professionali. La seconda riguarda un livello più sottile d’analisi, non economica ma – a nostro avviso – non meno importante. Nelle precedenti stagioni, il Libero Professionista era fondamentale nel Sistema capitalista sia perché la sua intellettualità era decisiva per affinare i processi produttivi e per garantirne la normatività giuridica, sia perché vi era un maggiore spazio per la creatività soggettiva (alcune Professioni più di altre). Come detto, l’informatizzazione dei processi produttivi (e la loro standardizzazione) ha ridotto gli spazi sia per il numero di Professionisti esatti, sia per il loro contributo di intellettualità e – soprattutto – di creatività. C’è quindi una negativa percezione di sé e della propria professione in termini di demansionamento e di minor riconoscimento dell’aspetto qualitativo, sia esso intellettuale, sia esso – soprattutto – creativo. Se sommiamo a queste ultime precarietà il dato del calo di fatturato e quindi del minor reddito percepito, si evince come anche il Libero professionista stia attraversando un periodo di disagio e di sofferenza da sistema capitalista.

  1. Lavoratori dipendenti

L’informatizzazione in particolare e la massiccia introduzione in generale dei mezzi tecnologici nei processi produttivi; l’incontrollata e massiccia immigrazione di stranieri poveri che vengono illusi con miraggi hollywoodiani non sapendo che qui il Tasso di Disoccupazione è in continua crescita; le frequenti delocalizzazioni (consentite dal Trattato WTO) delle unità produttive in zone del mondo ove è basso il costo del lavoro, quasi nulla la presenza dei sindacati, labile la legislazione sulla sicurezza sul posto di lavoro e insufficienti e risibili le politiche di salvaguardia dell’ambiente, sono le principali cause della perdita di milioni di posti di lavoro dipendente in Europa e soprattutto in Italia. Non solo. In Italia è stato modificato al ribasso e in peggio (per il Lavoratore dipendente) l’Articolo 18 della Legge 300 Maggio 1970 (Statuto dei Lavoratori) che toglie di fatto la giusta causa come precondizione per un licenziamento in tronco. Negli ultimi vent’anni, a partire dagli anni ’90 del secolo scorso, sono state introdotte massicciamente forme contrattuali tese alla disintegrazione del cosiddetto posto fisso di lavoro (contratto a tempo indeterminato) per dar vita ad un regime che prevede – l’ossimoro che seguirà è voluto – la costante provvisorietà del posto di lavoro, una prigione nell’eterno presente con un futuro senza alcuna progettualità. Le caratteristiche oggi fondanti il Lavoro dipendente sono la precarietà, la flessibilità e la fisiologica insicurezza. L’instabilità è dovuta alla minaccia perenne della perdita del posto di lavoro. Secondo i dati Istat Ottobre 2013, dall’1 Gennaio 2012 sino all’1 Luglio 2013 (un anno e mezzo di tempo..), in Italia il 70% dei nuovi assunti hanno stipulato un contratto a termine. Nei cinque anni compresi tra il 2008 e il 2012 sono stati persi 1 milione di posti di lavoro.Negli ultimi decenni, inoltre, vi è una progressiva perdita del potere d’acquisto dei salari e degli stipendi. Una ricerca Istat dell’Aprile 2013 ci dice che in un anno, il 2012, i salari e gli stipendi hanno perso un potere d’acquisto pari al 4,8% e gli aumenti della retribuzione sono restati lo 0,5% sotto l’Inflazione. Nel 2012, dato Inail, in Italia sono morti ottocento Lavoratori e si sono verificati circa 750.000 incidenti. Il Lavoratore dipendente deve però risolvere la sua secolare contraddizione, vecchia quanto il capitalismo stesso. Pur essendo egli per eccellenza – da tre secoli in qua – l’oggetto dello sfruttamento – è buona cosa ricordarlo -, egli non si è mai formato o strutturato come portatore – anche con altri Soggetti con diverso rapporto con il capitale – di un progetto politico di radicale revisione di quel sistema capitalista che da Soggetto umano lo ha derubricato a oggetto mercificato. E’ da stabilire fin dove sono giunti gli apparati repressivi del regime capitalista e dove, invece, inizi la complicità del dipendente sfruttato e alienato con il regime stesso causa di sfruttamento e alienazione. Su questo interrogativo si gioca lo stato di coscienza di questo Gruppo umano e sociale intorno alla propria funzione entro il Sistema. Pur essendo fallito, però, il monoclassismo sociologico proletario (sia nella teoria che nella prassi) una fuoriuscita dal capitalismo senza il principale sfruttato dello stesso (sistema capitalista) è impresa impossibile.

  1. Piccoli imprenditori

Seguendo la nostra personalissima tassonomia, a questo Gruppo umano e sociale appartengono i piccoli e medi imprenditori in senso stretto, i negozianti, i commercianti e gli artigiani. Analizzati tecnicamente rispetto alla proprietà dei mezzi di produzione, molte di queste categorie (ci riferiamo soprattutto al piccolo e medio imprenditore) sono da intendersi come annoverabili nei ranghi del Capitalista. Ed è vero. Molti dei loro interessi, inutile negarlo o dissimularlo, sono in conflitto sistematico con quelli dei dipendenti (diretti o indiretti) da capitale, vale a dire i Lavoratori dipendenti e i Liberi professionisti. Perché, allora, inserire anche loro nei Gruppi umani e sociali a cui ci rivolgiamo nel proporre il nostro Percorso politico di fuoriuscita dal Sistema capitalista da un lato e l’ingresso in una dimensione comunitaria ove anch’essi potrebbero fornire il loro contributo in una nuova Economia Comunitaria, solidale, autocentrata e, finalmente, a Misura d’uomo, dall’altro lato? Perché anch’essi, pur ufficialmente iscritti tra gli Sfruttatori (e l’iscrizione è tecnicamente obbligata, ci mancherebbe altro..), stanno o soffrendo o, addirittura, morendo di capitalismo. Capitalismo in questo caso è una figura letteraria e retorica riconoscibile nel Conte Ugolino il quale, per la propria sopravvivenza sistematica, deve, in quest’ultima fase epocale, mangiare molti suoi figli (il Piccolo e il Medio imprenditore) oltre che, come già fa da secoli, sfruttare e alienare i classici servi (dipendenti da capitale diretti e indiretti). Fuor di metafora, banchieri e grandi capitalisti – Alta finanza e Multinazionali – hanno programmato a tavolino la decimazione e la quasi scomparsa della piccola e media impresa. Nella vulgata generale, questo fenomeno è già conosciuto con il nome di “proletarizzazione dei ceti medi”. Se l’intelligenza ha un senso e la realtà non è un film di fantascienza, questo programma di annientamento da un lato è stato brillantemente previsto e anticipato con largo anticipo da Karl Marx, quando sosteneva che l’accumulazione del capitale si sarebbe progressivamente raccolto in sempre minori mani. Dall’altro lato, questo programma di annientamento dei piccoli e medi imprenditori era inscritto – tra le righe – negli elaborati della Conferenza di Bretton Woods (1944), alla voce Accordi GATT, poi recepiti integralmente dal Trattato WTO (Casablanca, 1994), l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Se non bastasse questo, pure l’ingresso della Cina nello stesso WTO (Novembre 2001) era da intendersi come un drammatico e ulteriore campanello d’allarme per le piccole e medie imprese occidentali e italiane in particolare. Nel sistema capitalista globale, inutile nascondersi dietro al dito della superficialità d’analisi, vi è uno sfruttamento verticale – capitale contro dipendenti diretti e indiretti- e uno sfruttamento orizzontale (cannibalismo intracapitalistico) tra grande capitale e alta finanza da una parte e piccoli e medi imprenditori dall’altra. L’accumulazione di capitale non guarda in faccia a nessuno. Il Capitalismo come Sistema anonimo e impersonale è uno. I singoli capitalisti, invece, sono molteplici e in strutturale competizione tra loro. La Multinazionale, le grandi Catene commerciali e i loro protettori dell’Alta finanza hanno interessi sovrastanti e contrastanti quelli del piccolo negoziante o del medio imprenditore. La questione che ora si pone è identica a quella prima posta per il Lavoratore dipendente: qual è il grado di coscienza del Piccolo imprenditore rispetto alla sua funzione nel Sistema capitalista? La risposta è simile al Gruppo umano e sociale a cui appartiene il Lavoratore dipendente. Il piccolo imprenditore – a parte pochissime eccezioni – pur detestando il banchiere non realizza che questi è un parassita ma lo considera “un male necessario”. Non si percepisce come uno sfruttato (orizzontale) e ha una grande ammirazione per le Grandi Società Multinazionali quotate in Borsa. Vive il fallimento con un senso di vergogna senza quasi mai comprendere le strutturali perversioni del Sistema in cui agisce. Rifiuta perentoriamente ogni discorso critico intorno al capitalismo (che è la malattia di cui sta morendo) perché è roba da “comunisti”. Se rintraccia dei responsabili a livello di sistema li individua con l’Agente di Equitalia, il militare della Guardia di Finanza, con il Governo che fa pagare troppe tasse, con i parlamentari che costano troppo e, dulcis in fundo, con lo Stato sociale che è troppo oneroso. Non che non vi siano delle parziali verità ma il Finanziere, l’agente di Equitalia, il ministro delle Finanze e il parlamentare sono i manovali (i picciotti, i killer..) dei grandi padroni del Sistema (grande capitale e alta finanza); sono gli esecutori materiali dei voleri di questi ultimi e, in sé, non hanno potere su nulla. Sono null’altro che dei subordinati che eseguono a comando. Se consideriamo comunque i piccoli imprenditori come elementi interessanti a cui chiedere un contributo per la fuoriuscita dal sistema capitalista è perché essi sono l’ultimo residuato di una borghesia che contraddittoriamente è portatrice di quella coscienza infelice tipica di una classe sociale che ha prodotto critiche – attraverso i suoi intellettuali più sensibili – al nichilismo e ad una società che ha rovesciato completamente – attraverso il sistema capitalista e tutte le varianti culturali dell’illuminismo – le speranze di libertà, giustizia, fratellanza e uguaglianza, avendo invece prodotto – oltre che masse sterminate di merci, morti di fame e moneta-debito – prigioni senza muri, ingiustizie, individualismo egoistico e diseguaglianze. Dopo tre secoli di progressione del Nulla, per ciò che resta (ammesso che resti qualcosa…) di quel genuino sentire borghese, questa è – per loro – l’ultima occasione di riscatto. Che i piccoli imprenditori siano condannati a morte dal Capitalismo non ci sono comunque dubbi. Due dati sono impietosi. Nei diciotto mesi che vanno da Gennaio 2012 a Luglio 2013, varie centinaia di piccoli impresari si sono tolti la vita in seguito a gravissimi problemi economici legati alla propria attività. Dati CERVED Aprile 2013 ci dicono che nei quindici mesi che vanno da Gennaio 2012 a Marzo 2013, 16000 Piccole imprese hanno chiuso i battenti e che la prospettiva per Dicembre 2013 è quella di giungere a quota 30000!

  1. Disoccupati

Pur con l’alleviazione momentanea (e non duratura) di alcuni strumenti (ammortizzatori sociali) che un sempre più risicato Stato sociale gli riconosce, il Gruppo umano e sociale dei Disoccupati (è bene chiarire subito che – pur tecnicamente disoccupati – i mantenuti e le mantenute, i lazzaroni che non vogliono né lavorare, né studiare né applicarsi a qualsivoglia impegno, i malavitosi, oltre che i cosiddetti figli di papà, non sono oggetto del nostro interesse, e sostanzialmente li consideriamo estranei al Gruppo umano e sociale dei disoccupati) è uno dei Gruppi (l’altro è quello degli Emarginati gravi, di cui ci occuperemo successivamente) da noi preso in considerazione che maggiormente è in sofferenza. Per sofferenza noi non intendiamo solo disagio da mancanza di beni materiali che soddisfino la sopravvivenza biologica o l’enorme difficoltà a conseguirli. E’ anche questo, ma non solo questo. La difficoltà psichica ad accettare l’esclusione dal mondo del lavoro crea un forte senso di inadeguatezza, un senso di inutilità e addirittura un senso di vergogna. Il Sistema capitalista e l’occidente americanocentrico suo correlato hanno destrutturato a tal punto la Persona da averla resa un individuo unitamente teso alla merce da produrre, alla merce da consumare e alla merce da monetizzare. Al di fuori di questa sfera della produzione e del consumo (sempre più a debito…) si è considerati dei signor Nessuno. L’indebolimento e lo snellimento dello Stato sociale, che abbiamo anticipato prima, rendono ancora più instabile la situazione del disoccupato e più facilmente coartabile dalla criminalità organizzata. Egli percepisce la crisi (il capitalismo è la storia di cicliche crisi) – questa crisi – come il fluire di una crisi infinita. Il disoccupato trova appiglio negli ultimi vincoli famigliari e amicali rimastigli (se ne ha..), ma vive sempre più lo stato di abbandono in una società già priva da tempo da veri legami comunitari. Sono il famoso esercito industriale di riserva, strumento di potentissimo ricatto anche per gli occupati. I dati ISTAT Ottobre 2013 sono allarmanti a dire poco. Solo in Italia, vi sono attualmente tre milioni di disoccupati (nell’Unione Europea 26,6 milioni). Il Tasso di disoccupazione generale è attestato al 12,2 %. La disoccupazione giovanile (calcolata tra i giovani non studenti compresi tra una fascia d’età situata tra i quindici e ventiquattro anni) è del 40%, pari a 667 mila disoccupati.

  1. Emarginati gravi

Sono gli ultimi della società. Sono i reietti, le ombre nella e della Città. Sono la periferia del disagio estremo e dell’estrema povertà. Sono i senza fissa dimora, i veri nullatenenti, quelli che nemmeno più passivamente reggono i ritmi e le trame ordite dalla Città. Sono gli espulsi dalla vita di società. Sono l’arredo ingombrante e il silenzioso imbarazzo della Città. La loro rassegnazione è l’Angoscia, l’ignoto futuro mascherato da presente di totale sofferenza. Sono incapaci di vivere con i propri mezzi e la loro vergogna consiste nell’essere poveri in un mondo di “ricchi”. Sono al di là anche dello stesso sfruttamento, in quanto espulsi dalle logiche e dai giochi dell’economia capitalista. Sono però i testimoni più genuini della disumanizzazione del sistema capitalista stesso. Sono gli scarti di un’umanità che inconsciamente si ribella all’accettazione del Nulla, all’inquadramento sistematico nel processo della produzione, della distribuzione e del consumo. Sono migliori di noi, pur nel rifugio patologico delle droghe e dell’alcool, perché sperimentano sulla propria pelle la fuoriuscita dalla civiltà nichilista. Sono uguali a noi, però, perché privi di coscienza di un sistema che li umilia e li segrega ai confini della Città. Nelle precedenti epoche a economia non capitalista, il povero era rispettato nella sua dignità umana. Nel sistema capitalista è invece considerato uno zero, una nullità, in quanto il dato economico li esclude dalle voci della produzione, della distribuzione e, soprattutto, del consumo. Noi ci rivolgiamo agli Emarginati gravi perché non sopportiamo l’idea che un uomo o una donna siano considerati e trattati come una nullità, al di là dei meriti o dei demeriti, delle virtù o dei vizi. Dati Istat sull’anno 2012 dicono che in Italia la povertà assoluta colpisce quasi cinque milioni di persone, con un milione e 725 mila famiglie che vive di stenti. Questi dati sono lo specchio dell’8% della popolazione.

ARTICOLI SECONDARI

Di seguito una carrellata di articoli inerenti l’area tematica Economia:

 

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caposaldo