GENITORIALITA’

GENITORIALITA’

di Simone Boscali

C’è qualcosa di profondamente sgradevole nella fotografia qui sopra, una foto che ritrae una coppia di uomini in cui uno dei due stringe al petto un neonato, venuto al mondo con la pratica dell’utero in affitto (qui la storia della fotografia).

A creare questo disagio non è la coppia in sé e non è nemmeno l’idea della modalità di procreazione, che in un’istantanea non traspare.
Non sappiamo nemmeno, da questo singolo scatto, se il bambino sia stato sottratto alla madre immediatamente (cosa che di solito avviene con le surrogate) oppure se le sia stato lasciato inizialmente prima di essere consegnato ai compratori, ma nemmeno questo dettaglio è in effetti importante.
Quello che più stona nel quadro complessivo è il gesto dei due uomini che, presenti a petto nudo al momento del parto, prendono il bambino nella vana illusione di simulare l’ambiente corporeo materno nel quale un neonato cerca un minimo di conforto dopo il trauma fisico della nascita.
Appena nato infatti, un bambino trova riposo sul petto materno sviluppando con la madre un legame ad un tempo chimico ed emotivo, calmandosi nel percepire lo stesso battito cardiaco che ha ascoltato da vicino per nove mesi, ma soprattutto si sforza di compiere i primi movimenti alla ricerca del seno per succhiarne, sin dai primi istanti di vita, il latte.

Ora, fingendo per un attimo che l’omogenitorialità sia una cosa corretta e sforzandosi di ignorare il modo in cui quel bambino è stato procreato, dovremmo riconoscere che il ruolo dei due compratori, in quanto maschi, debba appunto essere quello di “padri”. L’uso del plurale impedisce di nascondere che già qualcosa non va, ma è un qualcosa di intrinseco nell’omogenitorialità in cui appunto la coppia è composta da persone dello stesso sesso, e si tratta a questo punto del male minore perché un uomo che volesse essere genitore non potrebbe che essere il padre, e quindi, visto il caso, abbiamo due “padri”.

Eppure i “padri”, uno dei due in particolare, si sforzano di imitare grottescamente la fisicità materna che sanno essere il primo rifugio che il piccolo cercherà appena venuto al mondo. Questo perché, al di là di tutte le dissimulazioni, di tutte le pretese egualitariste, di tutte le barzellette sui “concetti antropologici”, essi sanno benissimo di non rappresentare tutto ciò di cui il neonato ha bisogno. Tra i “padri”, almeno uno dei due è di troppo.

Come si diceva in un precedente articolo (L’inconscio collettivo tra gender e unioni civili) quando una persona è in pace con se stessa si propone agli altri per quello che è. Per rafforzare il tutto con un esempio, una tartaruga serena, che ha accettato senza problemi la propria lentezza e la propria goffaggine, non ha problemi a mostrarsi così come Natura l’ha fatta. Ma se la tartaruga si sforza di somigliare a una gazzella, allora ha qualche disagio dentro di sé che deve risolvere, altrimenti non si nasconderebbe dietro l’emulazione di ciò che non è. E allora, mi chiedo e ci chiediamo, se i due uomini credono di essere davvero dei “padri”, dei buoni “padri”, e in quanto tali credono di poter crescere bene il bambino dandogli infinito amore, perché come prima cosa imitano, ridicolizzandolo, un atto materno? E da dove viene la “ridicolizzazione” se non, al pari della tartaruga che vorrebbe essere una gazzella, dall’evidenza di fare qualcosa che viola palesemente la propria natura umana e per la quale si è inadeguati?

Rispolverando di nuovo le dimostrazioni sull’inconscio, in particolare quello collettivo, possiamo una volta di più capire l’atteggiamento di totale aggressività, negatività, prevaricazione mostrato da chi vorrebbe sostenere queste forzature antropologiche. Non sono io, non siamo noi a dire che l’omogenitorialità è sbagliata. Sono gli stessi aspiranti genitori omosessuali che lo riconoscono nel momento in cui tentano di riprodurre qualcosa che non possiedono e che pure inconsapevolmente riconoscono fondamentale per il bambino: la complementarietà dei sessi dei genitori.

Il risultato, quando si emula ciò che sfugge completamente la nostra natura personale, è un’altra cosa già citata nell’altro articolo di cui sopra, la parodia, la riproduzione comica, buffonesca, ridicola e che in quanto tale copre di ridicolo l’intera scena, l’intero contesto per il quale magari si era lottato.
E l’unico modo per nascondere a se stessi il proprio essere parodia, il proprio essere giullari, è ancora una volta, arrabbiarsi, aggredire, alzare la voce, da qui l’atteggiamento rabbioso e prevaricatore tipico dei movimenti che negli ultimi anni hanno lottato per il riconoscimento di queste pratiche e degenerazioni antropologiche.

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