LA STRATEGIA DEL PALAZZO

LA STRATEGIA DEL PALAZZO

di Simone Boscali

Il potere, quello vero, quello che sta sopra la politica, è simile a un palazzo ricco di corridoi e biforcazioni in cui gli uomini delle istituzioni si muovono alla ricerca della via per arrivare alla stanza più importante.
Ma… c’è ovviamente un grosso ma.
Corridoi, scale e saloni sono infatti interrotti da porte scorrevoli controllate a distanza.
Da chi? Da chi appunto detiene il potere vero, che risiede nella stanza principale del palazzo e che, fuor di metafora, non lavora nella politica ma fa parte dei centri studi e delle massonerie e si avvale di banche e multinazionali come leva per aprire e chiudere quelle porte scorrevoli a seconda dlla convenienza o meno a far passare gli ignari figuranti di turno.
Sfatiamo un mito. Essendo il politico una persona, nel senso cattivo del termine, egli non è necessariamente consapevole dei giochi e delle manovre in cui si ritroverà coinvolto. Sono convinto che molti politici, nella loro mediocrità, credano in buona fede che i vari poteri forti, i vari Bilderberg e Trilateral siano materia da complottismo, se non nella loro documentata esistenza, almeno nella loro effettiva capacità di incidere.
Nel condurre i propri programmi i governi rappresentano appunto quegli uomini che vagano nel palazzo alla ricerca della giusta via.
Quando operano, sia chiaro, di propria iniziativa, in senso favorevole agli oscuri manovratori, questi apriranno loro tutte le porte e li lasceranno proseguire, progredire, instillando nell’osservatore più attento l’ingannevole impressione che i governanti di turno siano manipolati in modo diretto, imboccati, cosa che più probabilmente si verifica solo in rare e necessarie circostanze (es. i governi tecnici) e favorendo in seguito l’errata interpretazione secondo la quale anche un sincero, seppur involontario, gesto di opposizione al sistema sarebbe sempre e comunque solo una farsa dettata dal sistema stesso. E porte aperte nel palazzo significa in concreto, disponibilità delle banche e dei fondi di investimento a concedere crediti illimitati, consenso degli organismi economici internazionali, favore dei mass media, finanziamenti ai partiti di maggioranza, messa in ombra dei poteri giudiziari e via discorrendo.
Diversamente i governi che, sempre di propria iniziativa, operano contro gli interessi di questi centri di potere, si ritroveranno tutte le porte chiuse. Ossia, cordoni chiusi da parte di ogni finanziatore o fondo, gogna mediatica, scheletri nell’armadio (chi non ne ha?) che vengono alla luce tutti insieme.
Questa modalità di “addomesticamento” della classe politica da parte di poteri reali è quella che spiega il perché spesso singoli uomini di governo o interi esecutivi appaiano contraddittori nel proprio agire. La loro apparente contraddizione non si spiegherebbe se fossero manipolati sempre e comunque in modalità “burattini” dai poteri oscuri. Essa risiede invece nel fatto che gli uomini di governo sono in realtà molto spesso “liberi” e quindi liberi sia di agire, inconsapevolmente, a favore delle élite, e liberi di agire, altrettanto inconsapevolmente, contro le stesse, finendo indirettamente per far mutare il clima mediatico-giudiziario intorno a loro, ora favorevole, ora no.
Due esempi tra l’altro contrapposti dal punto di vista della “geometria politica” possono chiarire queste dinamiche.
Silvio Berlusconi a partire dal 1992 ha beneficiato di una serie di porte aperte o spalancate nella propria ascesa politica e, a dispetto di difficoltà contingenti la sua figura e la sua “cultura” politica sono rimaste in auge a lungo. Fino a quando il clima intorno a lui è cambiato. Quella magistratura che per anni non è riuscita a sgambettarlo ha improvvisamente avuto mano libera nel togliere dal cilindro una serie di argomenti scomodi contro di lui godendo di una copertura mediatica assillante (paradossale se si pensa che Berlusconi era considerato il padrone dei media in Italia) mentre governi esteri, istituzioni internazionali e centri di potere privati quali quello di George Soros hanno iniziato a danneggiare apertamente l’Italia arrivando ad una guerra indiretta contro il nostro paese attaccando la Libia (impresa cui Berlusconi volle aderire in modo suicida sperando di riguadagnarsi il favore delle élite).
Cosa era capitato? Berlusconi nei suoi primi anni di governo (o di candidatura al governo) aveva cercato di portare avanti un certo tipo di programma ben visto dalle oligarchie quali la privatizzazione di settori pubblici importanti a favore di una concorrenza pubblico-privato anche in ambiti prima impensati (es. scuola e sanità), oltre ad un collocamento più marcatamente atlantico in politica estera: tutti punti sui quali la (giustamente) vituperata classe politica della Prima Repubblica aveva onestamente posto dei freni.
Ma quando Berlusconi ha voluto (o dovuto, per non perdere consensi e alleati) frenare a sua volta su queste cose, per esempio bloccando la svendita del patrimonio pubblico, aprendo a un’amicizia strutturale con la Federazione Russa e cercando la sovranità energetica dell’apparato industriale italiano (uno dei migliori al mondo, potenzialmente) grazie agli accordi con la stessa Russia e la Libia, le oligarchie che prima lo avevano sostenuto lo hanno dall’oggi al domani scaricato volgendo contro di lui tutte le proprie armi improprie sino a determinarne le dimissioni date praticamente in pubblico con la famiglia al completo (stranissima modalità di comunicazione peraltro).
Con la presidente del Brasile Dilma Roussef – donna di segno politico opposto rispetto a Berlusconi, a dimostrazione della versatilità dei poteri oscuri – è accaduto qualcosa di simile. Ha avuto piena possibilità di governare nel proprio primo mandato presidenziale perché, a sua volta, soddisfaceva le intenzioni delle oligarchie sul Brasile: privatizzazioni, atlantismo, introduzione dell’ideologia di genere nella società. Quando col passare del tempo Dilma, senza negare nulla di quanto fatto, ha avviato una serie di misure di segno opposto, quali la difesa delle risorse petrolifere nazionali o tutele a sostegno dei più poveri, le élite hanno deciso che il suo ruolo era esaurito. Non serviva più e un impedimento giudiziario di fondamento quasi nullo, amplificato da una poderosa campagna mediatica e da manifestazioni finanziate dagli Stati Uniti (nuovamente con un ruolo importante di Soros) è bastato a toglierla di mezzo a favore del massone dichiarato Michel Temer.
Naturalmente manipolare gli uomini politici del momento e chi, orbitando intorno a loro, possono determinarne la condotta, è facile se consideriamo la natura della maggior parte degli esseri umani.
Quasi tutti hanno infatti scheletri nell’armadio, guai giudiziari in sospeso, faccende private imbarazzanti, questioni personali potenzialmente esposte quali ad esempio l’incolumità della famiglia.
Fino a che un politico esegue, che lo sappia o no, l’agenda globalista, questi nodi restano latenti e così possono restare a vita. Il giorno in cui l’uomo di governo dovesse iniziare a essere scomodo inizierebbero anche i guai giudiziari, emergono le fotografie e i gossip scandalosi, le relazioni compromettenti. E se queste cose non bastassero a farlo desistere inizierebbero i primi incidenti d’auto (Nigel Farage), le prime aggressioni in pubblico (Berlusconi) e via discorrendo.
E se anche questo non fosse sufficiente e, peggio, il politico non fosse in effetti attaccabile per la mancanza di appigli giudiziari o scandalistici, l’oligarchia passerebbe senz’altro all’opzione estrema.
L’opzione John Fitzgerald Kennedy, l’opzione Jorg Haider…
Vi sono pochissime prove a sostegno della veridicità di questa strategia, la “strategia del palazzo”, in luogo del teatrino totale, con uomini politici manipolati in ogni minimo gesto sin anche nella finta contrapposizione al sistema, di stampo più squisitamente complottista.
Ma vi sono i risultati oggettivi da esaminare.
Noi non vediamo l’aria, ma quando le foglie si muovono sappiamo che c’è vento.

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