PERCHE’ L’OLIGARCHIA VUOL PRENDERSI IL BRASILE?

PERCHE’ L’OLIGARCHIA VUOL PRENDERSI IL BRASILE?

di Simone Boscali

Ancor prima di guadagnarsi le luci della ribalta a livello internazionale per via dell’impedimento votato dal Congresso contro la presidenta Dilma Roussef, il Brasile era già finito diverse volte, suo malgrado, nell’occhio del ciclone della grande Storia a causa di pesanti interferenze straniere che, come da copione, si sono avvalse delle divisioni e delle fazioni interne al paese per deviarne il corso politico sovrano a proprio uso e consumo.

Già nel 1945 la dittatura di Getulio Vargas era stata rovesciata dai militari dopo che la sua figura aveva esaurito la propria utilità per il progetto americano-occidentale che si apprestava ad assumere il dominio del mondo1. Fedele alleato degli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale in omaggio a un principio di “solidarietà continentale”, Vargas era però portatore di un sistema corporativo, il getulismo, che mal combinava con la dittatura mascherata del capitalismo predatorio nordamericano ed europeo. Furono proprio gli ufficiali della Força Espedicionaria Brasileira2, di ritorno dalla campagna d’Italia, a contribuire maggiormente alla caduta di Vargas, molto lontano dagli “ideali” mercantili che quegli ufficiali avevano appreso oltreoceano e che per i quarant’anni successivi avrebbero fortemente difeso sotto la bandiera verdeoro.

Getulio Vargas e il Brasile tornarono al centro dell’attenzione nordamericana nel 1954. Il presidente era infatti stato democraticamente rieletto quattro anni prima ma, a causa delle difficoltà di ordine economico, fu facile per le opposizioni orchestrare contro di lui una dura campagna diffamatoria il cui simbolo fu il giornalista reazionario Carlos Lacerda. Nuovamente deposto dai militari, Vargas si suicidò il 24 agosto del ’54 lasciando in eredità al suo paese un testamento politico in cui accenna fra l’altro alle “forze oscure” che avevano tramato contro di lui.

E’ interessante l’opinione di alcuni storici brasiliani secondo cui fu proprio il suicidio di Vargas a permettere al Brasile di permanere nella democrazia per un’altra decina d’anni. Rinunciando a lottare per la presidenza, Vargas avrebbe in effetti dissuaso i militari dal prendere direttamente il potere, limitandosi a osservare a distanza gli accadimenti per un certo tempo. “Senza il suicidio di Getulio avremmo avuto il 1964 già nel ’54” è stato affermato e questo sembra essere tanto più vero se si pensa che gran parte della nomenclatura che ha deposto il presidente nel 1954 anticipa quella che poi ha perfezionato il levante militar, il vero e proprio golpe del 1964.

Il regime militare3 sarebbe durato sino al 1985, anno delle prime consultazioni democratiche. In questo ventennio il Brasile omaggiò sostanzialmente i principi del libero mercato ampliando di fatto lo sfruttamento delle proprie ingenti risorse naturali da parte degli investimenti stranieri a scapito sia di uno sviluppo realmente nazionale che, soprattutto, della classe lavoratrice che vide le sperequazioni sociali allargarsi a vantaggio dei ceti più ricchi.

Non è possibile comprendere sino in fondo i fatti di queste ultime settimane senza avere sullo sfondo questi precedenti storici.

Il Brasile, con la sua enorme estensione, comprende gran parte dell’America Latina e possiede entro i propri confini grandi ricchezze nel sottosuolo senza contare le immense riserve idriche dei suoi fiumi. Il paese possiede inoltre la quasi totalità della foresta amazzonica, il grande polmone verde dell’intero pianeta e tutti questi fattori ne hanno sempre fatto una preda ambita per il potere imperialista che è andato via via affermandosi dopo la Prima Guerra Mondiale per imporsi definitivamente dopo la Seconda.

Se a tutto questo aggiungiamo la scoperta di sempre maggiori giacimenti petroliferi anche al largo delle coste dell’Atlantico comprendiamo ancora di più perché le mire predatorie dei grandi potentati capitalisti (in questo momento rappresentati da Stati Uniti e Unione Europea) si siano fatte sempre più aggressive sul Brasile.

La presidente Dilma Roussef, al suo secondo mandato, ha proseguito in larga parte il lavoro del suo predecessore Luis Ignacio da Silva Lula, ossia una politica laburista, di una sinistra che ricorda in molti punti quella europea4. Il suo governo ha cercato di rafforzare le tutele sociali e sindacali e aumentato l’occupazione contribuendo, sulla scia di quanto iniziato da Lula, a sottrarre alla miseria assoluta milioni di persone in tutto il paese.

Certo nella sua amministrazione non mancano le ombre. A dispetto delle difficoltà burocratiche e della tassazione elevata, la classe imprenditoriale ha ricavato dagli ultimi governi trabalhistas vantaggi maggiori di quelli raccolti dai ceti lavoratori, questo anche grazie a una lunga congiuntura favorevole (ora in regresso) di alti prezzi delle materie prime d’esportazione.

Da un punto di vista culturale i governi di Lula e Dilma hanno accompagnato la tendenza5 all’indebolimento del cattolicesimo, e quindi della Tradizione, a vantaggio di numerosissime chiese evangeliche portatrici di una forte cultura individualista e produttivista di stampo protestante oltre che di una visione filo-sionista in politica estera6.

Sempre con Dilma il paese ha definitivamente aperto all’ideologia di genere, ultimo ritrovato dell’ingegneria sociale imperialista, con un graduale degrado del tenore delle programmazioni televisive (dalle novelas ai talk show) in chiave gender e alla contro-discriminazione nelle scuole pubbliche, anche tra bambini molto piccoli, delle identità sessuali naturali.

Non dimentichiamo poi le speculazioni permesse, sempre a vantaggio della classe ricca, per i lavori di preparazione dei Mondiali di calcio del 2014 e delle Olimpiadi di Rio 2016. Speculazioni costate fior di denari al popolo brasiliano, soldi che, in barba alla bugia capitalista degli investimenti che portano lavoro e ricchezza, avrebbero potuto essere impiegati in opere e servizi realmente utili o, alla peggio, essere semplicemente lasciati nelle tasche del popolo scontandoli dalle imposte.

Ma accanto alle negatività Dilma Roussef, come Lula prima di lei7, ha anche fatto cose positive e sono state proprio queste ultime mosse, tutte tese alla difesa della residua sovranità nazionale, a renderla invisa all’élite che sempre più governa il mondo.

Dilma ha posto un limite alle privatizzazioni dei beni e delle aziende pubbliche8 sottraendo quote di profitto a coloro che nelle liberalizzazioni dei servizi pubblici vedono potenziali sbocchi di mercato.

Ma è soprattutto in politica estera che il governo da lei presieduto ha lavorato bene.

Oltre ad aver difeso la brasilianità della compagnia petrolifera statale, la Petrobràs9, Dilma ha protetto la sovranità del paese anche sulla sua attuale maggior riserva di greggio, quella del pre-sal, al largo delle coste atlantiche10.

Per quanto riguarda le amicizie internazionali Dilma ha approfondito sempre più il rapporto coi Brics. In particolare il Brasile ha richiesto alla Federazione Russa maggiori investimenti cantieristici nel paese e, in questo caso fuori dai Brics, ha coltivato un’importante relazione con la Repubblica Islamica dell’Iran11, un rapporto questo già reso più stretto ai tempi di Lula e di Mahmoud Ahmadinejad e che ha previsto nel tempo fra l’altro lo scambio di tecnologie per la produzione energetica.

L’occidente euro-americano vantava già alcune precedenti mosse anti-brasiliane condotte negli anni passati.

Non si tratta certamente di un caso se la US Navy ha riattivato proprio poco dopo la scoperta dei giacimenti petroliferi del pre-sal il comando della IV Flotta dell’Atlantico del Sud12, congelato dopo la fine della Guerra Fredda. Il fine ufficiale di questa mossa americana è monitorare quel settore alla luce degli sviluppi politici degli ultimi anni e ridemocratizzare la regione dopo il fiorire dei sistemi bolivariani.

A questo si aggiunga la costante attenzione militare che gli USA hanno sempre dedicato al territorio brasiliano vero e proprio. Se già nel 1943 gli americani avevano pronti i piani per uno sbarco in Brasile13 nel caso il regime di Vargas si fosse schierato con la Germania nazista, anche oggi gli USA sono virtualmente pronti a un’occupazione militare del paese, e dell’Amazzonia in particolare, qualora il Brasile optasse per una scelta di campo internazionale troppo scomoda.

Già oggi per la verità negli USA si esercita un intollerabile imperialismo culturale proprio sull’Amazzonia stessa permettendo la pubblicazione di libri scolastici di geografia in cui il territorio della grande foresta è scorporato da quello nazionale e indicato come territorio internazionalizzato14, mentre si sono già avute segnalazioni di navi petroliere che, inoltratesi nei grandi fiumi brasiliani per imbarcare greggio nei porti fluviali dell’interno, hanno in realtà caricato clandestinamente acque dolce15.

Ma un primo, significativo indizio dell’inimicizia crescente dell’Occidente contro Dilma è stata l’attenzione dedicata a questa dall’agenzia di sicurezza statunitense NSA all’interno dello scandalo Data-gate. La scoperta che il capo di un governo che tentava di essere sovrano e degli amministratori della stessa Petrobràs fosse finito nella rete di spionaggio a stelle e strisce ha fatto altresì saltare l’importante accordo ormai raggiunto per la vendita dei caccia F-18 americani al Brasile. Dilma ha preferito, dopo lo scandalo, dare giustamente il benservito a Washington e ripiegare su una fornitura di Gripen svedesi.

E’ forse alla luce di questo scandalo che possono essere rilette le proteste popolari che nel giugno 2013 hanno contestato il governo di Dilma con particolare riferimento agli (effettivi) sprechi economici per l’organizzazione della Coppa del Mondo. Se i pretesti per scendere in piazza erano concreti, è però vero che già a quell’epoca si poteva vedere molto poco di brasiliano e molto di nordamericano in quelle contestazioni di piazza16.

Le contestazioni a Dilma non ne hanno però impedito la rielezione nel 2014 in una tornata elettorale pur sofferta. Anzi, sono state proprie le ombre allungatesi sopra la corsa alla presidenza che hanno ulteriormente confermato la crescente pressione dei grandi gruppi di potere sulla politica brasiliana.

Proprio nell’agosto del 2014 infatti il candidato presidenziale del Partito Socialista Eduardo Campos è morto in un incidente aereo17. La sua scomparsa ha aperto la strada alla candidatura per i socialisti di Marina Silva. Ultra ecologista, cattolica di formazione ma divenuta evangelica, ex alleata di Dilma e molto popolare anche grazie alla sua immagine, Marina Silva era vista come una concorrente molto più pericolosa per Dilma che non il suo precedessore Campos. Non sorprende affatto che, in una fase storica in cui i poteri forti transnazionali erano alla ricerca di un presidente più malleabile per il Brasile, gli occhi di Washington si siano posati su di lei. Marina ha goduto da subito dell’appoggio del manovratore statunitense George Soros, noto organizzatore di colpi di stato in paese scomodi agli USA18, mentre inquietano i suoi legami con gruppi e poteri sionisti come il B’nai B’rith e non solo19 da cui l’ovvia maggiore accondiscendenza che Marina Silva dimostra verso il regime di occupazione israeliano, visto invece con maggior sospetto da Dilma.

Inutile dire che in politica economica, nazionale e internazionale, Marina Silva si mostra molto più liberista e liberale, in omaggio al proprio retaggio evangelico, di quanto non lo sia Dilma Roussef.

Con simili retroterra di storia passata e contemporanea non sorprende che a fine 2015 i grandi potentati siano tornati all’assalto del Brasile giocando la carte imperialista della rivoluzione sporca arrivando a ipotizzare l’impeachment, l’impedimento a esercitare il proprio mandato contro Dilma. Un impedimento che è infine stato votato dalla Camera il 17 aprile 2016, dopo settimane di nuove proteste di piazza di dubbio contenuto politico20.

Occorre sottolineare in chiusura di questa analisi il modus operandi dietro queste operazioni. Quando un politico arriva a posizioni di potere ha generalmente scheletri nell’armadio e precedenti personali o giudiziari che offrono una certa possibilità di manipolazione ai poteri oscuri che muovono fuori dalla politica ufficiale. Fino a che questo soggetto andrà incontro alle priorità dei poteri oscuri, non verrà disturbato indipendentemente dal fatto che governi bene o male. Ma quando, per interesse o idealismo, il politico di turno cerca di emancipare la propria nazione da queste tutele e di recuperarne la sovranità, gli scheletri vengano tirati fuori dall’armadio e usati contro di lui. E’ chiaro che le accuse giudiziarie o gli scandali estratti a tempo debito possono essere assolutamente veritieri e fondati. Ma ciò che qui preme è sottolineare è come essi non costituiscano in realtà il vero motivo di attacco al politico scomodo di turno, ma solo un pretesto per liberarsene perché su altri fronti ha iniziato a lavorare per il popolo a danno delle élite.

Nel caso specifico non si può negare che vi siano pure gli elementi per una procedura giudiziaria contro una serie di persone legate a Dilma e alla Petrobràs (ma non contro Dilma stessa)21, ma quello che importa è che non sono queste le reali ragioni dell’attacco alla presidente del Brasile, semmai sono solo la scusa per rimuoverla perché ha infastidito i poteri forti stranieri su altre questioni rispetto alle quali si è mossa con merito. Ossia, come già detto, la difesa del greggio, della sovranità nazionale e di politiche a difesa del lavoro e delle società pubbliche, tutte cose osteggiate dal grande capitale predatorio alla ricerca di nuove opportunità di guadagno.

E’ curioso notare come l’aggressione a Dilma Roussef ricordi per certi aspetti quella architettata a danno di un personaggio molto diverso, Silvio Berlusconi.

Praticamente indifendibile, avendo decisamente meno meriti di governo di Dilma, Berlusconi venne infine aggredito nel 2011 sotto il profilo giudiziario, quello monetario e persino con una guerra interposta22, proprio perché stava portando avanti alcune politiche interessanti che lo hanno reso inviso ai grandi centri di potere europei e nordamericani e che per alcuni aspetti lo hanno collocato in una prospettiva di ripristino della sovranità nazionale23. Anche in quel caso le varie Rubi e i vari “spread”, per quanto reali, non costituivano le reali cause di critica al presidente del Consiglio italiano ma solo il pretesto per rimuovere chi in altri campi stava conducendo un lavoro scomodo.

Queste dinamiche, applicate indiscriminatamente contro chiunque, di destra o di sinistra, liberale o statalista, indicano una volta di più come le vere redini della politica non siano per nulla in mano al potere politico il quale deve invece lottare, quando vuole ripristinare la sovranità propria e del paese su cui governa, contro poteri esterni capaci di farsi forti di certe divisioni politiche consolidate.

E’ in questo caso evidente come le contestazioni popolari a Dilma, al netto della loro manipolazione e promozione da parte di agenti esterni, pur rappresentando il legittimo malcontento di una parte della popolazione per ragioni anche concrete vanno però a fare il gioco del nemico, anzi, del Nemico e sono quindi nel disinteresse della popolazione stessa che, in omaggio al proprio particolarismo politico, rischia ora di rimuovere una presidente per consegnare quanto lei ha difeso a un tiranno senza nome.

NOTE:

1 Momentaneamente in condominio con l’Unione Sovietica, pur essendo quest’ultima in posizione di netta inferiorità economica, militare e geopolitica.

2 Il corpo di spedizione militare brasiliano inviato in Italia sotto sostanziale comando USA dopo l’ingresso del Brasile nel conflitto.

3 Si preferisce qui parlare di “regime” e non di “dittatura” perché tecnicamente il Brasile non è stato dominato da un’unica figura tirannica come può essere stato Augusto Pinochet per il Cile, ma da una successione di presidenti provenienti dalle Forze Armate affiancati da un parlamento civile farlocco a forte tutela militare.

4 Infatti il partito di Dilma e Lula è appunto il PT, Partido dos Trabalhadores, il Partito dei Lavoratori.

5 Tendenza che comunque non si pensa sia iniziata per loro responsabilità

6 Per i vari gruppi evangelici lo stato di israele rappresenta il luogo naturale in cui si svolgerà il Secondo Avvento di Cristo e ne sostengono quindi la politica.

7 E’ sempre più chiaro come i due presidenti debbano essere considerati in continuità.

9 Curiosamente creata proprio da Getulio Vargas

15 “Que Pais è esse?” pag. 359 al capitolo “A agua vai acabar?”

17 “Incidente” sui cui vi sono molti sospetti…

18 Serbia e Ucraina gli ultimi due tentativi riusciti del golpista.

20 Le manifestazioni erano per lo più composte dall’élite bianca del paese, dalla classe alta e medio alta e da gruppi di studenti legati alla società “bene” delle metropoli brasiliane

22 L’aggressione alla Libia del 2011 fu in realtà una guerra contro l’Italia

23 Tali mosse non sono oggetto di questo articolo, ma per chi volesse approfondire ricordiamo il riconoscimento del presidente bielorusso Aleksander Lukashenko, l’aumento della partecipazione di Gheddafi in Finmeccanica, la collaborazione con la Libia in una geopolitica mediterranea e, soprattutto, la preferenza italiana al gasdotto russo Southstream anziché al Nabucco, gradito agli USA.

 

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