Solidarietà ai militanti del VENETO FRONTE SKINHEADS in merito alla loro visita del 28 novembre 2017 alla Sede di COMO SENZA FRONTIERE.

Solidarietà ai militanti del VENETO FRONTE SKINHEADS in merito alla loro visita del 28 novembre 2017 alla Sede di COMO SENZA FRONTIERE.

Di Paolo Bogni – presidente di CAPOSALDO

 

Pur non avendo con loro legami o accordi di natura culturale o politica, esprimiamo però viva solidarietà ai militanti del VENETO FRONTE SKINHEADS (VFS) in merito alla loro visita compiuta lo scorso 28 novembre 2017 nella Sede di COMO SENZA FRONTIERE. La campagna denigratoria intentata dai media di regime contro questa lodevole iniziativa costringe CAPOSALDO a prendere una chiara posizione sui contenuti del comunicato (perché è su quelli che bisognerebbe parlare e non su infami pregiudizi nei confronti di Sigle cultural-politiche indigeste al Sistema, quali il VFS..) che questi militanti hanno letto – a mò di gratuito corso accelerato di formazione politica – di fronte alle anime belle, pacifiste e a-dialettiche che compongono l’Associazione COMO SENZA FRONTIERE, Gruppo umano sicuramente composto da persone in buona fede ma molto distante dal comprendere le logiche di sviluppo capitalistiche nelle quali si situano le modalità e gli obiettivi di un fenomeno migratorio completamente strumentale agli interessi di alta finanza e grande capitale. Le dure prese di posizione espresse dai militanti di VFS contengono almeno – implicitamente o esplicitamente – cinque grossi punti di merito, riferiti ad ambiti tra loro connessi e interdipendenti.

1 – SCHIAVISTICO

Il presente dei deportati africani – in un primissimo momento – consiste in un’accoglienza da assistiti, fornita da associazioni quali COMO SENZA FRONTIERE, il cui ruolo strategico è quello di integrare i nuovi arrivati facendogli credere di entrare in un mondo magico di benessere e felicità in linea con l’indottrinamento ideologico assorbito durante l’esposizione del falso eldorado europeo a cui sono sottoposti nel periodo precedente la loro gita sui barconi di collegamento tra i due continenti. Questo primo tempo, però, si trasforma ben presto in un futuro prossimo in cui si delinea un bivio senza terze vie. O l’inserimento nella manovalanza della criminalità organizzata piuttosto che in quella saltuaria o comune, oppure l’inserimento “legale” nei ranghi del lavoro dipendente a basso salario o in quelli della piccola imprenditoria a basso reddito di contro all’alternativa “illegale” del lavoro nero con paghe da mera sopravvivenza biologica, con uno status di lavoratori privi di qualsivoglia protezioni e assicurazioni sociali. Il destino di massa di questi migranti – contrariamente all’eldorado loro promesso quando partono da Bamako, Lagos, Abuja, N’Diamena, Freetown o Dakar – è quella dello schiavo di ultima generazione, apparentemente emancipato dalle catene, libero di migrare, “artefice” del proprio destino, che – al contrario del suo dignitoso antenato che doveva essere strappato a forza per essere (quattro secoli fa) deportato nei campi di coltivazione del Nordamerica – paga lui stesso agli scafisti/schiavisti – incredibile a dirsi – per essere deportato e gestito come schiavo “libero”. Ma il destino “libero” di questo neoservo è la storia di uno schiavo sfruttato e de-umanizzato e reso carne da macello sulla pelle viva dei propri sogni. Il destino di quest’ultima bestialissima forma di schiavismo è estesa – per induzione – alle deboli popolazioni europee, già di loro rese preventivamente acefale da settant’anni di occidentalismo nichilista. Il migrante schiavo è un esperimento antropologico che il sistema capitalista attua per completare l’opera di riduzione dell’umanità europea a merce totalmente subordinata agli interessi delle logiche del capitale, siano esse quelle riferite all’ambito finanziario, siano essere riguardanti quello produttivo. E’ come se il Kunta-Kinte moderno costituisse la matrice sulla quale definire l’ultima operazione di chirurgia antropologica nei confronti dello zombie (europeo in questo caso..) e accompagnasse quest’ultimo – mano nella mano – in uno sterminato e infinito campo di cotone (l’Europa senza più storia né radici..) nel quale immolasse se stesso sciogliendo le proprie specificità, missioni e vocazioni per trasformarsi in un docile e rassegnato servo della produzione, dell’indebitamento e del consumo, in un’atmosfera di perenne crisi e precarietà strutturale, divenendo esso stesso migrante nel proprio smarrimento. Schiavo della propria nullità ontologica, identitaria ed esistenziale.

2 – RISERVA INDUSTRIALE

Collegato al problema dello schiavismo vi è quello della gestione tecnica – da parte del sistema capitalista – della forza-lavoro dedita alla produzione di merci e alla erogazione dei servizi. Anche qui, le deportazioni di massa dei cosiddetti “migranti” sono perfettamente funzionali al rinvigorimento di una particolare area sociale elaborata e scoperta genialmente da Karl Marx: l’ESERCITO INDUSTRIALE DI RISERVA. Queste seconde linee sono lo strumento di ricatto del capitale produttivo (in combutta – ovviamente – con quello finanziario) nei confronti degli schiavi autoctoni (gli italiani e gli europei) occupati e già di per sé precari. Le seconde linee africane (che si sommano ai 35 milioni di disoccupati europei..) normalmente si accontentano di sopravvivere (una volta spentosi velocemente il sogno ideologico da vita eldorada..) accontentandosi di molto meno di quello che è “garantito” all’occupato precario autoctono, da silenziare nelle sue eccessive pretese di salari che non siano rimborsi spesa da mera sopravvivenza. E’ un mistero di come la parte più famosa del movimento storico anticapitalista (la parte “sinistra” che dovrebbe avere Marx come riferimento..) non riesca a scorgere la strumentalità del fenomeno migratorio soprattutto in quest’epoca di distruzione dello Stato sociale, della crescente abolizione di grande parte dei diritti del lavoro (vedi – ad esempio – l’estinzione effettiva dell’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori), e dell’impotenza politica di fronte alle delocalizzazioni di aziende produttive in zone del mondo prive di coperture sindacali. Incredibile come questa residua sinistra supposta e presunta anticapitalista si copra di ridicolo e si dimostri imbecille e razzista oltre ogni ragionevole limite quando elogia il folklore della società multirazziale (il fenomeno sociale più razzista e stupido della storia dell’umanità) e santifichi il melting-pot newyorchese come modello sociologico da prendere ad esempio. La società multirazziale è il luogo ove – contrariamente a quanto sostenuto dagli idioti ultracapitalisti della sinistra salottiera e della sinistra da centri sociali – si consuma l’estinzione delle diversità etnoculturali, le quali invece sarebbero valorizzate nelle umane Comunità multietniche laddove – in luogo di una tradizione e storia maggioritaria – vi sarebbero comunità di minoranza protette ma non confuse con la Identità ospitante.

3 – METICCIATO GLOBALE antiidentitario

Il sistema capitalistico necessita di un’antropologia particolare. Essa consiste nella riduzione dell’essere umano ai propri puri impulsi bestiali, alla propria elementarità animale e a quella dimensione inferiore dell’esistenza semplicemente materiale. Un’umanità siffatta e degradata è quella meglio aderente ad un sistema in cui la rincorsa ossessiva e patologica delinea i meccanismi del perseguimento del profitto in quanto accumulo indefinito del capitale a cui è legato un mastodontico dispositivo tecnico planetario atto alla produzione di merci, all’erogazione di servizi e all’induzione coatta del loro iperconsumo a cui è – a sua volta – connesso un inevitabile iperindebitamento. Per definire e “perfezionare” questa particolare antropologia, il sistema capitalista allontana ulteriormente l’umanità dalla propria e più profonda matrice spirituale. Uno dei livelli in cui la spiritualità è nutrita e rinvigorita è situato allo stadio d’adesione di ogni singola soggettività ad una comune identità etnoculturale, quest’ultima intesa come bacino di valori tradizionali e stratificati retaggi storici che definiscono il cemento e l’amalgama di una Comunità (locale, federale o nazionale) e in cui trova la sua ragion d’essere l’unione ontologica tra il singolo e il popolo. Il meticciato globale – soprattutto in questi ultimi decenni – pianificato dal capitalismo internazionale (massonerie, alta finanza e grande capitale) – nel quale va ad inscriversi anche l’ultimo tempo del fenomeno migratorio africano simboleggiato dal barconismo mediterraneo – è una stazione intermedia obbligatoria per giungere a questa particolare antropologia fortemente desiderata dai poteri forti globali del capitalismo (sia esso finanziario che quello produttivo). La destabilizzazione di un’antropologia equilibrata (ma questo processo è già in atto da almeno quattro secoli, soprattutto in Occidente..) e tesa verso una naturale complementarietà tra materia e spirito, tra concretezza e pensiero, ha tra i suoi principali strumenti quello dello scardinamento dell’identità comunitaria, con la recisione del legame che la singola soggettività (persona) ha con la storia e le tradizioni del proprio popolo di appartenenza, nonché del proprio territorio. In ogni identità etnoculturale (siappure in forma imperfetta e incompleta e quantunque manifestantesi in diversissime specificità planetarie in quanto a canoni, simboli, frequenze, alfabeti, grammatiche,..) sono veicolati quei valori della Tradizione – ORDINE, UNITA’, ARMINIA, MISURA, BELLEZZA, GIUSTIZIA – che complessivamente rappresentano le leggi dell’universo e costituiscono la stessa polare di orientamento per il Ritorno a Casa con la missione di raggiungere l’Essere integrale a cui aspira naturalmente ogni spirito veramente libero. La devastazione di ogni identità etnoculturale è un attentato diretto alla sacralità dello spirito che permea l’avventura umana. La devastazione delle identità etnoculturali italiane ed europee sono il presupposto per la distruzione del naturale sentimento sociale (zoon politikon aristotelico) verso la comunità e la dispersione della persona nello smarrimento dell’individuo reso atomo, apolide, senza radici, senza passato né futuro, senza patria, individualista e bestia strutturalmente in competizione e in perenne conflitto con altre bestie.

4 – LINGUAGGIO e BISOGNO

Il disegno antiumano e disumano che sta sotto l’operazione di questa particolare chirurgia antropologica (che si attua anche con lo strumento dell’annullamento di identità etnoculturali che caratterizzano – ad esempio – l’Italia e l’Europa) è finalizzato a due principali scopi, uno in fila all’altro legati da una correlazione necessaria. Il primo obiettivo è distruggere e riprogrammare il genuino linguaggio che presiede alla natura umana. Questo genuino linguaggio è la naturale dimensione ed espressione dell’Essere. Se il linguaggio – per dirla con Heidegger – è la Casa dell’Essere, per i poteri forti globali (massonerie, alta finanza e grande capitale) è necessario distruggere quell’abitazione spirituale in cui nome e cosa sono ancestralmente uniti dall’integralità dell’Essere. In quella Casa, i valori tradizionali (ordine, unità, misura, armonia, bellezza e giustizia) hanno un senso e solo con una matrice spirituale strutturalmente tradizionale quel senso è conservato. Il senso tradizionale è il solo senso che conserva la vitalità umana e la propria missione ontologica che – per essere ancora più chiari – indirizza la vera attività politica (quella dello zoon politikon) verso l’unica stella polare a cui può riferirsi: il Bene Comune. Distrutto il linguaggio (tradizionale), il Bene Comune non esiste più e nel prologo tragico della storia dell’umanità trionfano e sfilano i carri funebri del relativismo (niente è verità, tutto è verità..), dell’individualismo, dell’alienazione (dell’umanità dalla sua essenza, la natura umana..) e del nichilismo radicale, cioè il trionfo del nulla che designa il vuoto creatosi tra l’umanità e la sua distantissima e dispersa essenza. Il linguaggio separato dalla Tradizione permette alla modernità (termine edulcorato con cui il capitalismo chiama se stesso) di sciogliere il nodo ancestrale che univa nome e cosa, e permette agli apparati “educativi” e “informativi” del sistema capitalista globale di manipolare il contenuto di ogni nome e giustapporlo a qualsiasi cosa, non di rado capovolgendone o stravolgendone subdolamente il genuino e ancestrale significato. Compito facilitato anche da un’altra operazione congiunta alla distruzione del linguaggio e cioè quella che riguarda l’avere ridotti tutti gli enti a cosa, in quanto cosa catalogabile come potenziale merce o servizio di scambio. Riduzione a cosa strutturata nei suoi aspetti più elementari e soggetta all’appetito delle pulsioni più bestiali. Un ultimo uomo – quello di quest’epoca del capitalismo assoluto – da intendersi come corda tesa tra un essere di luce e un robot addomesticato, nel quadro di una regressum ad bestiam che caratterizza la deriva antropologica di questi ultimi quattro secoli. Il secondo scopo consiste nell’indurre coattamente al consumo sistematico e all’iperindebitamento strutturale questo omuncolo riprogrammato per sopravvivere biologicamente (ma a morire spiritualmente..) nelle carceri senza muri dell’occidente capitalista, il fenomeno storico più disumano che la storia dell’umanità abbia conosciuto. E’ evidente che scindendo il legame tradizionale tra nome e cosa e predisponendo antropologicamente il soggetto umano solo nelle sue disponibilità elementari e pulsionali, il sistema capitalista ha buon gioco anche nel riprogrammare la gamma dei bisogni che naturalmente un uomo che si riferisse tradizionalmente all’Essere integrale non ha. Nessuna identità etnoculturale, infatti, potrebbe ospitare la “civiltà” del consumismo capitalista. Ecco spiegato perché il sistema capitalista vuole instaurare una società multirazziale globale e – antropologicamente – spinge per la realizzazione di un meticciato internazionale. Una persona legata alla propria etnoidentità culturale e comunitaria vuole soddisfare un bisogno sobrio e creativo. Un individuo atomo,individualista, senza patria né radici e reso pura materialità è invece manipolabile e riprogrammabile in funzione di bisogni artificiali e indotti al soddisfacimento all’interno del mercato capitalista globale.

5 – GEOPOLITICO

Che il nostro continente sia sotto attacco, è cosa nota per chi non avesse limiti di analisi o povertà di strumenti concettuali per comprendere la realtà storico-sociale nella quale viviamo. E’ vero che l’Europa è una colonia statunitense da più di settant’anni. E’ anche vero, però, che un’eventuale rinascita del nostro continente in termini di coscienza autonoma e indipendente è avvertita da Washington come una minaccia potenziale da scongiurare preventivamente. I flussi migratori forzati e indirizzati coattamente verso l’Europa (e non verso l’Arabia Saudita o Israele..) sono il segno preciso, chiaro e netto che i poteri forti globali (che usano l’imperialismo americano come loro arma) pianificano l’immigrazione come ulteriore arma d’indebolimento strategico di un continente che deve perdere ogni percezione della propria identità e quindi delle proprie fondamentali sovranità, quali quella culturale, storica, economica, militare, monetaria, economica e – soprattutto – politica. L’Europa deve rimanere – secondo le desiderata di Washington – politicamente debole (o inesistente) e geopoliticamente confusa. L’Europa non può guardare ad est per allearsi naturalmente con il continente asiatico (Cina, Iran, Russia,..) ma deve rimanere in un’innaturale sudditanza quale quell’unione geograficamente assurda e politicamente incomprensibile quale quella euro-atlantica in cui ha perduto tutto, soprattutto la dignità. Il danno geopolitico, però, non è riservato solo alla Vecchia Europa. Ad essere penalizzata – come continente e soggetto geopolitico autonomo – è la stessa Africa, i cui giovani sono addestrati e indottrinati (dal tam-tam manipolatorio dei media globali) a migrare verso eldorado inesistenti (tra i quali l’Europa attuale dei 35 milioni di disoccupati e dell’impoverimento materiale progressivo..) e riprogrammati antropologicamente entro i parametri dell’apolidia sradicata, in modo tale che l’Africa divenga sempre più terra di conquista per l’alta finanza e multinazionali occidentali, mentre l’Europa è sempre meno capace di riacquisire le antiche sovranità e il giusto – nonché naturale – respiro geopolitico. I poteri forti globali, dunque, con lo strumento della deportazione di massa dall’Africa all’Europa coglie – nei loro interessi geopolitici – i classici due piccioni (continenti) con una fava (migrazione coatta).

CONCLUSIONI

Al di là dei 5 argomenti che – tra l’esplicito e l’implicito – i ragazzi del VFS hanno sollevato e di cui abbiamo sviscerato in sintesi alcuni aspetti fondanti nel documento di solidarietà che noi riconosciamo a loro, vogliamo sottolineare alcuni passaggi del loro comunicato letto e che riteniamo degni di interesse: 1) VFS ammette che il mondialismo capitalista attacca tutti i popoli della Terra, e perciò dunque la loro analisi comprende un universalismo di fondo pur declinato in un comunitarismo nazionale che concentra le loro attenzioni sull’Italia e – per estensione geopolitica – all’Europa. 2) E’ segnalato chiaramente, da loro, il pericolo antiidentitario funzionale al sistema capitalista della creazione dei NON-POPOLI di contro alla distruzione dei POPOLI. Pericolo in cui la distruzione antropologica della persona ridotta ad individuo si coniuga alla distruzione delle Identità comunitarie. 3) E’ dichiaratamente indicato come uno specchietto per le allodole il seducente concetto di PROGRESSO, dietro il quale, grazie ad un perfetto rovesciamento di significato dovuto alla scissione di legame tradizionale tra nome e cosa, esso (il PROGRESSO) è invece il programma pianificato da una elite di massoni, banchieri e multinazionali che promuovono un reale REGRESSO dell’umanità alle sue forme di vita più bestiali e misere.

Author Description

caposaldo